20 Luglio 2026

Figli del caos: i kabukimono e la bellezza di non appartenere

Silvia Cardoni

Silvia Cardoni

Vive a Tokyo ed è laureata in Lingue Europee. Si dedica alla fotografia e al video editing, guidata da un autentico amore per l’arte, la storia e le culture del mondo. Per lei, una giornata ben vissuta è fatta di occasioni per imparare, esplorare e creare connessioni autentiche.

Lo si riconosceva subito. Non per il nome – spesso ne aveva lasciati troppi alle spalle – ma per il modo in cui camminava, il colore del kimono, il taglio disordinato dei capelli.
Il kabukimono non cercava di passare inosservato. Era lì per disturbare l’ordine. E per trovare, forse, un nuovo senso di sé proprio nel farlo.

Cosa spinge un giovane a vestirsi in modo eccessivo, ad abbandonare ogni segno di moderazione, a marciare tra la folla come se fosse sempre in scena?
I kabukimono lo facevano nel Giappone del Seicento. Ma la loro urgenza non è così lontana dalla nostra.
In un’epoca che chiedeva ordine, compostezza, ruoli definiti, essi risposero con una forma di disobbedienza visiva.
La loro era una moda che rompeva, ma non per distruggere: per affermare un’esistenza, per dire “io ci sono”, anche se fuori posto.
È per questo che oggi vale la pena guardarli. Perché dietro quei kimono sgargianti c’era il bisogno – ancora attuale – di esistere fuori dai binari, e di farlo insieme ad altri.

I margini non erano un rifugio, ma un palcoscenico. Il proprio corpo un manifesto.
Indossavano kimono dai colori eccessivi, spesso con motivi femminili, frange, tessuti di broccato o velluto, abbinati con totale disprezzo delle regole del buon gusto — o addirittura abiti femminili veri e propri, come provocazione.
La katana, accessorio e simbolo, erano talvolta più lunghe del necessario, ornate da incisioni e pendagli.
I capelli erano sciolti, arruffati, spesso tinti o acconciati in modo stravagante: un rifiuto netto della tonsura ordinata dei samurai. Alcuni portavano la barba lunga o riccioli arricciati artificialmente, evocando immagini volutamente caotiche.
Ogni dettaglio era pensato per rompere, per disturbare la visione consueta dell’ordine sociale.
Ma non era solo provocazione: era linguaggio. Era un modo per dire “non appartengo al vostro mondo, ma ne sto creando uno mio”.
Un linguaggio visivo che anticipava le estetiche punk, le sottoculture urbane, le avanguardie che – secoli dopo – avrebbero fatto del vestirsi un atto politico.

Si muovevano da soli, ma non erano soli. I kabukimono facevano della distanza dalla norma una bandiera, ma raramente la sventolavano in silenzio. Si riunivano in bande, si riconoscevano nello sguardo altrui, costruivano legami più forti di quelli spezzati. Era un individualismo che non cercava isolamento, ma un’altra forma di comunità: scelta, non imposta.
Tra loro prendevano forma gesti codificati, rituali impliciti, linguaggi segreti. Legami che somigliavano a un giuramento.
C’era chi li vedeva come criminali, chi come devianti. Ma forse erano solo ragazzi alla ricerca di un nuovo modo per appartenere, senza dover rinunciare a sé stessi.
In un tempo in cui tutto aveva un posto assegnato – e chi non lo occupava veniva respinto – loro risposero con un’identità eccedente, traboccante, che non chiedeva permesso.
E nel farlo, trovarono altri come loro.
Perché appartenere non è ordine, è riconoscersi.

Si tende a guardarli come reliquie folcloristiche, come eccessi pittoreschi di un’epoca lontana. Ma i kabukimono non appartengono al passato più di quanto lo faccia il bisogno di essere visti, accolti, riconosciuti.
Forse oggi si aggirano ancora, in altre forme. Non hanno più katane né velluti, ma cercano lo stesso sguardo, lo stesso spazio dove essere altro — insieme.
E se è vero che il Giappone conosce bene l’arte del contenere, allora forse i kabukimono non erano solo una deviazione temporanea, ma un’interferenza necessaria.
Un gesto che continua a vibrare in ogni forma di rottura, quando l’appartenenza si cerca non nelle categorie, ma nell’espressione.

[Foto generata con l’AI]

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