06 Luglio 2026

Silvia Cardoni

Silvia Cardoni

Vive a Tokyo ed è laureata in Lingue Europee. Si dedica alla fotografia e al video editing, guidata da un autentico amore per l’arte, la storia e le culture del mondo. Per lei, una giornata ben vissuta è fatta di occasioni per imparare, esplorare e creare connessioni autentiche.

Conversazione con Michela (MIK¥), prima ritrattista manga italiana e performer

Silvia: Per iniziare la nostra chiacchierata, ti racconto un aneddoto. Anche per me, da bambina, sono stati gli anime ad accendere una scintilla. Ce n’è stato uno, in particolare, che mi ha fatto dire: “Un giorno andrò a vivere a Tokyo.” Me lo sono portato dentro a lungo: a volte il percorso devia, dimentichi il focus… ma poi arriva il momento in cui ti dici: “Lo voglio riprendere.” E alla fine ci sono riuscita davvero.
E tu, Michela? Quando pensi al tuo legame con il Giappone, da dove comincia davvero la tua storia?

Michela: Per me è iniziato quando avevo quattro o cinque anni, con l’anime di Sailor Moon. Come tante bambine aspettavo la sera per guardare gli episodi in televisione. Quando giocavo con le mie amiche, però, mi facevano sempre interpretare Sailor Jupiter: avevo i capelli castani e portavo la coda alta. Ma dentro di me avrei voluto essere Sailor Moon, perché era lei a rispecchiarmi di più: un po’ sbadata e apparentemente insicura, ma capace di tirare fuori il coraggio nei momenti di bisogno.

Ero timida, e l’idea di essere protagonista mi spaventava. Tornavo a casa arrabbiata, incapace di dire “Io voglio essere Sailor Moon.” Così presi in mano matite e fogli: disegnai me stessa e mia madre insieme, entrambe nelle vesti di Sailor Moon. È stato quasi una rivelazione di quella che sarebbe stata la mia strada.

Non è un caso che mia madre fosse accanto a me in quel primo disegno: lei è sempre stata la mia grande ispirazione. Una donna che, nelle sue fragilità, sapeva tirare fuori forza e luce, proprio come Sailor Moon. Ha sempre creduto nei miei sogni, a volte più di quanto ci credessi io. Quando smisi di disegnare per diversi anni, era lei, in realtà, a essere più spaventata di me all’idea che avessi davvero abbandonato la mia strada.

S: Forse, a volte, capita che ci si allontani dalla propria strada… ma poi arriva il momento in cui la si ritrova, ed è quello giusto, anche se è passato del tempo.

M: Esatto. Se avessi intrapreso questa strada troppo presto, forse non sarebbe stato il momento giusto. Ogni esperienza che vivi, anche le pause, ti prepara: ti dà un bagaglio che ti rende più forte, più pronta a guardarti dentro e a confrontarti con la vita.

Per questo sento che il Giappone non è stato solo una meta, ma un richiamo che avevo già dentro. Anche prima di andarci lo percepivo nell’anima: certe immagini, certi sentimenti mi appartenevano già, come se facessero parte di me da sempre.

S: E mi colpisce come questo richiamo si facesse presente anche in altri elementi che ti riguardano. Penso, ad esempio, alla tua firma: ha una storia particolare, che sembra già intrecciare Italia e Giappone.

M: È vero. Quel richiamo, in effetti, è entrato persino nella mia firma. A dodici anni ho inventato una firma tutta mia: “Miky”, scritta in verticale. In realtà erano le lettere MIKY — che oggi scrivo come MIK¥. Avevo provato a disegnare la “Y” in modi diversi e, alla fine, ispirandomi al simbolo dello Yen, ottenni un risultato che mi sembrava quasi un kanji giapponese. Era nato in camera mia, tra prove e riprove, finché non ho trovato quella che sentivo davvero mia.

Per anni l’ho usata senza sapere che dentro c’era un segno nascosto: la “Y” ricordava una libellula. L’ho scoperto più tardi e ho capito che non era un caso. La libellula, che non a caso era da sempre il mio animale preferito, sembra delicata, ma in realtà è un animale combattente. Per me è diventata il simbolo della mia rinascita, il momento in cui ho ripreso a volare e a sognare dopo aver accantonato i miei desideri.

Oggi è anche il logo della mia attività: un segno che racchiude la mia storia personale e la mia poetica artistica, e che tiene insieme il ponte che cerco di costruire tra Occidente e Oriente.

S: Mi sembra bellissimo che quel ponte di cui parli non resti solo un simbolo. Sei riuscita a trasformarlo in un luogo concreto, la tua bottega in Italia: uno spazio che porta dentro di sé l’incontro tra due culture.

M: Sì, ed è proprio così che lo sento anch’io. Prima di aprirla ho cercato ovunque se esistesse qualcosa di simile, ma non ho trovato niente: né in Italia né all’estero. Così ho deciso di crearlo io.

La mia bottega è un posto in cui chi entra può farsi ritrarre in stile manga e, allo stesso tempo, conoscermi, parlare, condividere un pezzo di sé. È un’idea profondamente italiana, quella della bottega, ma raccontata attraverso l’immaginario giapponese.
Per me è proprio questo: un incontro tra culture che genera forme nuove. Non è solo il mio spazio, appartiene anche a chi ci entra e sceglie di farsi vedere — e disegnare — attraverso lo sguardo del manga.

S: Quello che percepisco nei tuoi lavori è che la connessione non è un dettaglio, ma il cuore stesso del tuo modo di ritrarre. Quando sei davanti a una persona, questo diventa evidente. Disegnare, per te, significa entrare davvero in contatto con l’altro, e lo trovo bellissimo.

M: Lo sento profondamente anch’io. Per me ritrarre dal vivo è qualcosa di sacro. L’artista, lo sento, è un medium: mette in comunicazione il mondo terreno con quello più intimo e spirituale.
In passato avevo persino smesso di disegnare, proprio perché non volevo “sporcare” qualcosa che percepivo come importantissimo. Ritrarre qualcuno può mettere soggezione: sentirsi osservati dentro non è facile. Per me ogni ritratto è come una seduta, un incontro che va oltre l’apparenza.
Quando disegno non mi limito a riprodurre un volto. Osservo la persona, parlo con lei, colgo le sfumature che emergono in quell’attimo. Non è una posa statica: è un dialogo, una risonanza.
Da bambina ero molto sensibile, empatica: vedevo oltre ciò che le persone dicevano o facevano. A volte è stato un peso… ma oggi è la mia forza. Ritrarre significa accogliere l’energia di qualcuno e restituirla in un’immagine che racconta la sua essenza.

S: Questa tua sensibilità è un dono meraviglioso. Si percepisce come una bellissima energia che trasmetti alle persone che ti incontrano. Come si è formata la tua tecnica?

M: Sono completamente autodidatta. Disegnavo ovunque e studiavo dai manga che leggevo assiduamente, e che per me erano diventati come dei manuali. Quando sono arrivata all’Accademia di Belle Arti, avevo già una preparazione solida: ritratto dal vivo, chiaroscuro, olio su tela. Mi sono accorta che il mio livello era avanzato, e questo mi ha dato una certa libertà: non sono rimasta intrappolata in un unico stile.

Durante quegli anni mi sono concentrata molto sull’iperrealismo. Ma a un certo punto quella precisione estrema è diventata una gabbia. Sentivo il bisogno di scardinarla, di lasciare spazio a qualcosa di più istintivo e visionario. Così, negli ultimi anni, ho iniziato a sperimentare un linguaggio nuovo: a metà tra manga, pop e spirituale.

Il nome che ho dato al mio stile e alla mia tecnica pittorica personali è “manga visionario”: un modo di dipingere che non si limita a riprodurre la realtà, ma cerca di guardare oltre, di aprire spazi interiori. Questa tecnica pittorica, che è al centro delle mie performance live, richiama molto lo stile essenziale che adotto per i miei ritratti manga dal vivo.

S: Oltre alla tua bottega, hai portato i tuoi ritratti manga anche in contesti molto diversi.

M: Sì, ed è una parte che amo molto perché mi permette di incontrare tante persone. Ho lavorato, ad esempio, con aziende internazionali come JTB, che mi ha invitata a Roma per un grande evento: lì trasformavo in manga persone da tutto il mondo. Ricordo l’entusiasmo degli ospiti giapponesi: mi hanno fatto mille domande, curiosi e felici di vedere la loro immagine in questa chiave.

Alle fiere, invece, ho portato qualcosa che allora non esisteva: stand interamente dedicati al ritratto manga dal vivo. Non erano esposizioni statiche, ma vere e proprie performance. Disegnavo le persone sul momento, e questo rendeva l’esperienza intima, personale, quasi una piccola magia che accadeva davanti agli occhi di tutti.

Negli anni ho portato i miei ritratti anche ai matrimoni, trasformandoli in una bomboniera speciale. Sapere che tante coppie hanno scelto di regalare ai loro ospiti un ricordo intimo, personalissimo, per me è un grande orgoglio.

S: E alla fine questo riconoscimento dal pubblico ha trovato, giustamente, un riflesso anche a livello più ufficiale.

M: Sì, per me è stato molto importante ricevere il Premio Giovani Imprenditori, conferito da Confartigianato e Movimento Giovani Imprenditori di Udine. Non tanto per il titolo in sé, ma perché è stato un segnale: quello che faccio ha valore, viene riconosciuto anche fuori dal mio ambito.

Spesso, quando si parla di manga, la prima reazione è pensarli come intrattenimento, qualcosa di leggero o addirittura un passatempo. All’inizio molti non vedevano l’artista come una professione vera, ma come una figura marginale, di contorno. Io invece ho sempre sentito che il manga fosse un linguaggio profondo, capace di toccare corde intime nelle persone. E ho dovuto insistere molto per far capire che dietro ogni ritratto ci sono anni di studio, tecnica, ricerca, ma soprattutto sensibilità.

Il premio per me è stato proprio questo: la conferma che la mia strada aveva dignità e valore. Non stavo portando avanti solo un sogno personale, ma un lavoro concreto, riconosciuto anche a livello culturale ed economico.

S: Parliamo di quando, alla fine, sei arrivata davvero in Asia. Cosa ti ha lasciato più di tutto quell’esperienza?

M: Del Giappone e della Corea del Sud mi porto dietro tantissimo. Certo, ricordo i templi, i paesaggi, i luoghi simbolo… ma quello che è rimasto più forte sono le persone e la natura.
È lì che ho sentito davvero un rispecchiamento: quando incontri una persona che viene da così lontano, ti specchi in lei e allo stesso tempo scopri nuove parti di te. Tornata in Italia ero sempre io, ma con una mentalità diversa: più aperta, più consapevole di essere sulla strada giusta.
Ricordo in particolare l’ultimo giorno in Giappone, sulle rive del fiume Sumida. Mi sono detta: “Ci sono arrivata con le mie forze, con il mio coraggio.” Era stato un viaggio frutto dei miei sacrifici, delle mie scelte, del lavoro interiore ed esteriore che avevo fatto. Un momento in cui ho sentito profondamente la mia forza.
È quello che ho detto anche quando ho ricevuto il premio a Udine: realizzare un sogno significa far vivere dentro di sé quel bambino che non ha mai smesso di credere.

S: Mi colpisce, e lo trovo molto significativo — anche in sintonia con la mia esperienza e il mio modo di vedere le cose — come nei tuoi racconti torni spesso questo richiamo interiore. All’inizio della nostra conversazione mi hai detto che sentivi già che il Giappone faceva parte di te.

M: Sì, è vero. Non so spiegare bene come, ma sentivo di avere un legame profondo con quel mondo. Quando finalmente ci sono andata, mi sono accorta che tante cose mi sembravano familiari, come se le conoscessi già.
Era come se avessi ritrovato qualcosa che avevo sempre avuto dentro. Quella sensazione mi ha dato molta forza: non era solo un viaggio, era un riconoscimento interiore, un incontro con una parte di me.

S: Nella tua storia torna spesso l’idea di segni che si ripresentano, di fili che ritornano a intrecciarsi lungo il percorso.

M: Sì, ci credo molto. Nulla è per caso: i simboli ci accompagnano, anche quando non li riconosciamo subito. La libellula per me è uno di questi: è entrata nei miei disegni, nella mia firma, nel logo, e torna nei momenti più importanti della mia vita.
Un esempio indimenticabile è stata la collaborazione con Carioca. Da bambina disegnavo con i loro pennarelli: erano parte dei miei pomeriggi e dei miei sogni. Ritrovarmi anni dopo a collaborare proprio con loro è stato come chiudere un cerchio — la bambina che ero e l’artista che sono oggi si sono incontrate nello stesso gesto.
E proprio durante quell’evento è arrivato un segno ancora più forte: una libellula si è posata sul mio dito mentre stavo disegnando. Per me è stato un momento di grande emozione, quasi una conferma silenziosa che ero sulla strada giusta.

S: Sono sicura che fosse davvero un segno. Cosa sogni per il futuro?

M: Il mio sogno adesso è tornare in Giappone, non solo per un viaggio ma per viverci un periodo lungo. Sentire ogni giorno quella connessione che porto dentro da sempre, e lasciare che la mia arte cresca in dialogo con quella cultura che mi ha dato tanto.

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