Quando mi sono trasferita in Giappone, una delle prime abitudini a cui ho dovuto fare attenzione è stata quella di togliersi le scarpe prima di entrare in casa. Non si tratta solo di una regola sociale, ma quasi di un riflesso automatico che qui si acquisisce in fretta. All’inizio ti capita di dimenticartene, poi inizi quasi a sentirti a disagio anche solo all’idea di entrare in casa con le scarpe. Quello che per noi può sembrare solo una questione di igiene, è soprattutto un modo diverso che i giapponesi hanno di pensare lo spazio, e soprattutto i confini tra il “dentro” e il “fuori”.
In tutte le abitazioni giapponesi esiste una zona di ingresso chiamata genkan. È uno spazio ribassato rispetto al resto della casa, dove si appoggiano le scarpe rivolte verso l’esterno e dove si indossano delle pantofole. Non si tratta di un semplice dettaglio architettonico, ma di un confine simbolico tra il mondo esterno – considerato impuro, caotico – e lo spazio interno, che deve essere protetto, pulito, armonioso. In alcuni casi, ci sono addirittura pantofole diverse per le varie stanze: quelle per il bagno, ad esempio, non possono essere usate altrove. Tutto è pensato per preservare un equilibrio.
Questa attenzione nasce anche da motivi religiosi e culturali profondi. Nel pensiero shintoista, la purezza è un valore fondamentale: togliersi le scarpe significa non portare dentro casa lo sporco fisico ma anche quello simbolico, spirituale. Il buddhismo ha rafforzato questo concetto, associando la pulizia non solo all’igiene ma anche alla disciplina interiore. Ogni gesto, anche il più semplice, ha un peso e un significato. E mentre da noi ci si concentra spesso su ciò che è funzionale, qui esiste una cura particolare per ciò che è silenzioso, invisibile, ma profondamente rispettoso.
Inoltre, la casa giapponese è costruita per essere vissuta a contatto con il suolo. Non solo per dormire sui futon, ma anche per sedersi a terra, per muoversi tra gli spazi. I pavimenti in bamboo, chiamati tatami, in particolare, sono fragili e preziosi, ed è impensabile calpestarli con scarpe o pantofole. E ti accorgi che anche solo toglierti le scarpe può diventare un piccolo gesto di rispetto verso te stesso, verso lo spazio che abiti, e persino verso gli altri.
Da quando vivo qui, questo gesto è diventato parte della mia routine quotidiana. E mi sono resa conto che ha un impatto anche sul modo in cui percepisco la casa: non più solo un luogo in cui stare, ma un ambiente da curare, da difendere, da onorare. La casa come rifugio, e come rito.
E ogni volta che torno in Italia e mi capita di entrare in casa con le scarpe, provo un piccolo senso di colpa. Perché sì, forse una parte di me ha ormai fatto pace con quella porta invisibile che separa il dentro dal fuori. E da lì non riesce più a tornare indietro.
[Foto di Niseko Project]
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