Un’opera partecipativa fatta di ceramica, simboli condivisi e gesti ripetuti: è questo il cuore di Grani di Pace, progetto artistico nato dall’incontro tra tradizioni siciliane e giapponesi, presentato al Padiglione Italia dell’Expo di Osaka durante la settimana dedicata alla Regione Siciliana. L’iniziativa coinvolge direttamente i visitatori, invitati ad aggiungere un “chicco” di ceramica all’installazione, contribuendo alla sua progressiva costruzione. Il significato? La pace come processo collettivo.
Il simbolismo sta nel sostituire il chicco di riso, alimento tipico sia della cucina giapponese che di alcune aree rurali italiane, con un piccolo elemento in ceramica. Non si tratta solo di un materiale resistente, ma anche di un mezzo artistico profondamente legato alla tradizione siciliana, in particolare a quella di Santo Stefano di Camastra, patria del maestro ceramista Boscia, coinvolto nella realizzazione. La ceramica, fragile e duratura al tempo stesso, diventa così il veicolo per raccontare una pace che ha bisogno di cura, pazienza e bellezza.
L’ispirazione giapponese si lega invece alla leggenda delle mille gru di carta, spesso associate alla memoria di Hiroshima e alla figura di Sadako Sasaki, la bambina che cercò di piegarne mille per esaudire il desiderio di guarire dagli effetti della bomba atomica. La gru, oggi simbolo di speranza e ricordo in Giappone, è evocata nell’opera attraverso la forma e il significato di questi chicchi: ogni visitatore è chiamato ad aggiungere un elemento, come a piegare una gru invisibile, in una preghiera laica e collettiva per la pace.
Una volta completata, l’opera sarà un mosaico fisico e narrativo: accanto all’installazione, infatti, sarà conservato un libro in cui i visitatori potranno lasciare firme, frasi, pensieri. Il volume sarà rilegato con un filo rosso – un richiamo alla tradizione orientale del “filo del destino” – e unirà idealmente tutti i partecipanti. La chiusura del progetto è affidata a una doppia tecnica: la fusione dei chicchi con vetro ceramico siciliano e l’uso del kintsugi, l’arte giapponese di riparare le fratture con l’oro. A unire i pezzi, dunque, saranno materiali diversi ma complementari, in un gesto simbolico che riconosce valore proprio alle ferite, e alla volontà di ricomporle insieme.
Torna alla pagina precedente