19 Luglio 2026

L’invisibilità sociale in Giappone: anziani, donne e disabilità nel mercato del lavoro

Vittoria Necci

Vittoria Necci

Laureata in Scienze della Comunicazione, ha conseguito un Executive Master in Digital Marketing ed E-Commerce Management, si è formata presso la Scuola Holden con il Corso di Giornalismo Narrativo e Inchieste Internazionali. Unisce competenze, esperienza e creatività in progetti che mettono al centro la comunicazione strategica e lo storytelling.

Le persone stesse non sono contabili; non vengono discusse come esseri umani […]al numero di popolazione, alla struttura della popolazione, ai tassi e ai rapporti. Gli esseri umani sono ridotti ai dati. Anche se ogni persona è diversa, non guardiamo gli individui. Non sono più visti come persone. Questo è il motivo per cui il futuro diventa pessimista. I dati mostrano solo che la società che invecchia […] nel paradigma capitalista, non sono produttori, solo consumatori.

Le parole del sociologo Kiyoshi Adachi fanno parte dell’intervista curata da Hitomi Thomson per l’Ufficio di Comunicazione della Kyushu University, pubblicata nella sezione Features del sito ufficiale dell’ateneo. Nonostante si riferiscano principalmente alle condizioni di vita degli anziani in Giappone, l’osservazione del fenomeno può essere traslata a condizioni di vita ugualmente compromesse. Nel sistema giapponese (così come in molti altri), donne, anziani e persone con disabilità affrontano, in modi differenti, una sorta di invisibilità che emerge chiaramente nel mercato del lavoro.La fragilità strutturale che unisce questi individui si concretizza, però, con modalità diverse.

Essere invisibili da anziani

Per quanto riguarda gli anziani, se si osserva il documento “Il processo di pensionamento dei lavoratori anziani in Giappone: prospettive dai quadri legislativi e dalla gestione delle risorse umane” redatto da Tomohiko Moriyama (The Japan Institute for Labour Policy and Training), si nota come i lavoratori anziani usciti dal mercato del lavoro si orientino verso altri sistemi occupazionali. Come si evince dal report, l’aspettativa di vita è aumentata, mentre le difficoltà sono legate alla diminuzione della manodopera, alla decrescita della natalità e al conseguente aumento dell’età media. Negli anni ’40, diverse società fissarono l’età pensionabile a 55 anni; in seguito, dopo vari decreti, si arrivò al “Act on Stabilization of Employment of Elderly Persons” del 1986, che fissava l’età pensionabile a 60 anni. Il problema sorse quando si creò un divario tra l’uscita dal lavoro e l’età per accedere ai benefici pensionistici.

Di conseguenza, vennero apportate ulteriori modifiche: dal 2021, le aziende furono indotte a trovare nuove modalità per garantire l’inserimento nel mondo del lavoro fino ai 70 anni, grazie all’aumento dell’età pensionabile, all’abolizione del pensionamento obbligatorio e agli accordi di reinserimento lavorativo. Secondo Moriyama, infatti, gli uomini nei primi anni dopo i 60 tendono a proseguire l’attività lavorativa come dipendenti regolari, mentre coloro che superano i 70 anni passano sempre più spesso a forme di lavoro non regolare. Per colmare il vuoto tra la fine del contratto e l’accesso alla pensione pubblica, diverse compagnie offrono programmi di “rioccupazione” che però prevedono contratti più flessibili, sia in termini salariali che di mansioni.
Tuttavia, questo meccanismo riguarda solo le grandi aziende e non è automaticamente esteso a quelle più piccole. Lavorare finché è possibile… fa sì che guardare al futuro diventi sempre più un’azione pessimistica. “Guardiamo i dati e non le persone”, sostiene il sociologo Kiyoshi Adachi, ricordandoci come “il welfare non sia nato naturalmente dall’interno”, ma sia diventato necessario per rispondere alle pressioni sociali, economiche e demografiche di una società in cambiamento, che troppo spesso dimentica la centralità dell’individuo.

Essere invisibili come donna

A questa logica non sono estranee le donne.
La loro presenza “invisibile” nel mondo del lavoro è segnata da forti disparità sociali e di opportunità. Secondo il White Paper on Gender Equality pubblicato nel 2024 dal Gender Equality Bureau del governo giapponese, le lavoratrici sono poco tutelate.
Questa situazione si concretizza in: ruoli mal retribuiti, minore stabilità contrattuale, persistenti ostacoli alla carriera. Nonostante gli sforzi normativi per colmare il divario, esistono ancora difficoltà nell’accesso a ruoli dirigenziali. La conciliazione tra vita familiare e lavorativa rappresenta un ulteriore ostacolo per raggiungere cariche elevate e a tempo pieno. Durante la pandemia da COVID-19, molte donne hanno lavorato in settori come l’assistenza sanitaria e l’educazione: settori fondamentali in emergenza, ma dove si è assistito a un aumento della pressione lavorativa e a una contemporanea diminuzione delle tutele. In sostanza, le donne impiegate in questi ambiti hanno subito forti pressioni senza ricevere adeguate protezioni.

Essere invisibili come persona con disabilità

Nel caso dei lavoratori con disabilità, il motivo della loro “invisibilità” è complesso.
Non si tratta solo di barriere fisiche, ma anche di superare pregiudizi e comprendere come valorizzare al meglio la diversità. Secondo l’articolo del Financial Times “Japanese companies struggle to meet quotas for disabled workers” del giornalista Leo Lewis, nel 2024 l’occupazione di persone con disabilità ha raggiunto un record per il 21º anno consecutivo, arrivando a 677.461 lavoratori, con una presenza del 2,41% nella forza lavoro. Un dato significativo è che, nonostante i progressi, solo il 46% delle aziende private ha rispettato la quota obbligatoria del 2,5%, in calo di 4,1 punti percentuali rispetto all’anno precedente. Le quote furono introdotte negli anni ’70 con una soglia iniziale dell’1,5%. Nel tempo, il sistema si è esteso per includere anche persone con disabilità intellettive (dal 1998) e mentali (dal 2018). Dal luglio 2026, la quota obbligatoria salirà al 2,7% per le aziende con almeno 40 dipendenti, e saranno previste sanzioni per chi non si adeguerà. Nonostante questi passi avanti, molte persone con disabilità rimangono invisibili.
Secondo Naoya Tsuji, direttore dell’AJU Center for Independent Living, persistono ostacoli fisici e culturali che rallentano l’inclusione.
Tra le soluzioni proposte: maggiore accessibilità, formazione mirata e un ambiente aziendale realmente inclusivo.

Conclusione

In conclusione, restare invisibili o essere emarginati non è una scelta, ma una condizione imposta da barriere sociali, culturali e strutturali. Tuttavia, queste possono essere superate con impegno, leggi giuste e azioni concrete, volte a costruire una società che riconosca la diversità come risorsa e che metta al centro la dignità di ogni individuo.

[Foto creata con AI]

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