All’inizio fu solo luce. Un bagliore bianco, accecante, silenzioso.
Poi il suono: un tuono senza temporale, un’esplosione che pareva venire dall’interno del mondo. Era il mattino del 6 agosto 1945 a Hiroshima.
Tsutomu Yamaguchi, ventinovenne ingegnere navale, in quel momento si trovava in città per lavoro, esattamente a tre chilometri dall’epicentro. Aveva terminato un incarico per Mitsubishi e stava raggiungendo la stazione pronto a tornare a casa… ma il viaggio non ci fu. Solo quel lampo, una deflagrazione, il corpo scagliato in aria, la pelle lacerata. E una città scomparsa in pochi istanti.
Ferito, con metà del viso ustionato e un timpano perforato, Yamaguchi trascorse l’intera notte del 6 agosto nascosto in un rifugio antiaereo. La luce dell’alba, il giorno successivo, restituì la visione spettrale di una città vaporizzata, fatta di macerie fumanti e morte: Hiroshima non esisteva più.
Ma lui era ancora vivo.
Non appena fu in grado di viaggiare salì a bordo di un convoglio diretto a Nagasaki, la sua città natale: voleva tornare dalla moglie, dal figlio, rivedere la sua casa.
Non sapeva che stava viaggiando verso un secondo disastro.
I mostri nati nel deserto
La bomba che colpì Hiroshima aveva un nome (Little Boy) e una genealogia precisa: era figlia del Manhattan Project, il programma di ricerca nucleare avviato dagli Stati Uniti nel 1939, nel timore che la Germania nazista potesse giungere in anticipo allo sviluppo di armi simili. Un’impresa colossale, guidata da fisici come Enrico Fermi, Niels Bohr e, soprattutto, J. Robert Oppenheimer, mente scientifica e coscienza tormentata del progetto.
Il 16 luglio 1945, nel deserto del New Mexico, fu effettuato il primo test nucleare: nome in codice Trinity. Un successo tecnico, una tragedia in potenza.
“Ora sono diventato Morte, il distruttore di mondi”, queste le parole che Oppenheimer, citando la Bhagavad Gītā, pronunciò mentre osservava il fungo atomico salire nel cielo americano.
E non si sbagliava: meno di un mese dopo, quel potere veniva sganciato su Hiroshima. Tre giorni dopo, il 9 agosto, fu la volta di Nagasaki.
Tsutomu Yamaguchi era lì, anche allora, ancora una volta, a tre chilometri dall’esplosione. E ancora una volta sopravvisse.
Due volte all’inferno
Al momento della seconda deflagrazione Yamaguchi si trovava nel suo ufficio e raccontava ai colleghi ciò che aveva visto e vissuto ad Hiroshima: le sue parole vennero interrotte da un’altra luce, da un’altra tremenda onda d’urto.
La sua casa fu rasa al suolo. La moglie, uscita a cercare pomate per le sue ferite, riuscì a mettersi in salvo con il figlio piccolo gettandosi in un tunnel. Anche loro, miracolosamente, sopravvissero.
Dopo la guerra la vita di Yamaguchi continuò, pur trascinandosi dietro il fantasma degli inferni che aveva visto: fu lenta, faticosa, il riflesso della ripresa dell’intero paese.
Tornò a lavorare per Mitsubishi e tradusse manuali per le forze americane d’occupazione: insegnò, progettò petroliere. La sua vita andò avanti, allargò la famiglia, ebbe tre figli.
Cercò normalità.
Ma nel corpo e nella mente portò per sempre le tracce di ciò che aveva attraversato.
Per anni restò in silenzio, parlare era troppo (o troppo poco). Poi, negli anni ’80, cominciò a scrivere poesie: tanka brevi, essenziali, come ferite appena ricucite e ancora pulsanti.
La sua voce si fece pubblica solo negli ultimi decenni della sua vita, quando comprese che il silenzio, a volte, è anche complice.
Nel 2006, la sua storia fu raccolta nel documentario “Twice Bombed, Twice Survived”, prodotto dal regista statunitense Jamie Caliri con il supporto della Nippon Television Network e presentato alle Nazioni Unite. Il film, composto da animazioni sobrie e materiali d’archivio, racconta con delicatezza la vicenda di Yamaguchi e di altri doppi sopravvissuti: nessun sensazionalismo, solo il peso inesorabile della memoria.
L’anno successivo Yamaguchi pubblicò anche una biografia intitolata “I Survived Hiroshima and Nagasaki”, una testimonianza potente, che nasceva dall’urgenza di narrare con la propria voce il ricordo di un evento tanto traumatico per il suo paese quanto profondamente vissuto nella sua esperienza individuale.
Nel 2009, a 93 anni, Tsutomu Yamaguchi ottenne il riconoscimento ufficiale del governo giapponese come nijū hibakusha(letteralmente: persona sopravvissuta a una doppia esplosione). Fu il primo e unico in vita a riceverlo.
Morì l’anno successivo in seguito alle complicazioni di un cancro allo stomaco.
La responsabilità del ricordo
Tsutomu Yamaguchi non inneggiò mai alla vendetta. Non usò parole grandiose, né gesti eclatanti: parlava lentamente, quasi sempre con voce bassa, come se avesse paura di turbare troppo.
Ma il suo messaggio era chiaro:
“La bomba atomica è un crimine contro la dignità umana. Nessun essere umano dovrebbe provarne gli effetti.”
Testimonianze come la sua sono, oggi più che mai, preziose e non per alimentare una memoria dolente che sia fine a sé stessa, quanto per restituire concretezza a parole troppo spesso usurate: pace, disarmo, responsabilità.In un mondo che ha già dimenticato molte guerre e in cui se ne accendono di nuove con inquietante facilità, ricordare Hiroshima e Nagasaki è un dovere che esula da ogni pietismo.
I superstiti delle bombe atomiche non sono eroi da museo: sono la prova vivente di ciò che l’uomo è stato in grado di fare ad altri uomini.
E del fatto che la vita, anche nei casi più disperati, è riuscita comunque di resistere.
“Noi hibakusha non siamo solo sopravvissuti. Siamo messaggeri.”– Tsutomu Yamaguchi
[Fonte foto Wikipedia]
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