06 Luglio 2026

Giorgia Cardoni

Giorgia Cardoni

Autrice e scrittrice, ama raccontare ciò che accade dietro le quinte della realtà: storie che ispirano, emozionano e stimolano il pensiero critico. Con uno stile diretto e curioso, esplora temi che spaziano dalla cultura contemporanea alla vita sociale, cercando sempre di costruire un ponte tra informazione e passione.

 Il viaggio di Edoardo Sferrella

GIORGIA CARDONI: Edoardo, al momento sei l’unico attore italiano in Giappone ad essere arrivato qui con un visto apposito per poter esercitare questa professione; un traguardo raro e frutto di un percorso tutt’altro che semplice, sia per ottenerlo che per viverci davvero. Cosa ti lega così profondamente a questo Paese?

EDOARDO SFERRELLA: Tutto è iniziato da bambino, guardando Dragon Ball. Venivo da un contesto molto cattolico, e restai colpito dall’idea che la vendetta potesse essere raccontata senza giudizio morale. Mi fece capire che il mondo era molto più grande di quello che conoscevo. Poi arrivarono i videogiochi, come Dragon Ball Final Bout , i manga, le arti marziali. Ogni cosa, dalla cultura nerd a quella marziale, sembrava spingermi verso il Giappone. È come se tutto il mio percorso, gli interessi, le amicizie, la curiosità, fosse confluito naturalmente lì.

GC: E la recitazione, quando entra in scena?
ES: Più tardi. Ho cominciato come modello, perché ero estremamente timido e volevo superarlo. Mi piaceva l’aspetto artistico della fotografia, ma sentivo che mancava qualcosa: la parola. Il teatro mi terrorizzava, ma proprio per questo l’ho affrontato. In parallelo mi sono dedicato per anni allo studio del corpo e delle emozioni: laboratori di consapevolezza corporea, counseling, sogni. Tutto per capire meglio me stesso. Alla fine, quelle competenze nate per motivi personali sono diventate fondamentali nel mio modo di recitare.
Il mio vero metodo non nasce dai workshop, ma dall’ascolto: osservare le persone, riconoscere le sfumature, il ritmo del respiro, la verità del corpo. È così che costruisco i personaggi.

GC: Recentemente hai lavorando in una grande produzione Netflix, giusto?
ES: Sì, il film si chiama “10DANCE” e uscirà il 18 dicembre. È una storia che unisce danza e crescita personale: due ballerini provenienti da mondi diversi imparano a collaborare e a riconoscersi l’uno nell’altro. Io interpreto un costume designer che li accompagna nel percorso creativo.
Il regista è Keishi Otomo uno dei miei preferiti: avevo già visto molti suoi film prima ancora di conoscerlo, quindi lavorarci insieme è stato un sogno. Il casting è stato impegnativo, più fasi, prove in tre lingue, ma alla fine ho avuto la parte.

GC: Che esperienza è stata, sul set?

ES: Straordinaria. Quello che mi ha colpito è la dedizione collettiva: dal regista al direttore della fotografia, dagli attori protagonisti alle comparse, fino all’ultimo assistente. Tutti concentrati, umili e professionali. È una caratteristica forte della cultura giapponese: la cura del dettaglio, la presenza totale nel lavoro.
Mi ha ispirato profondamente, non solo artisticamente, ma anche umanamente.

GC: E com’è stato passare dal set italiano a quello giapponese?

ES: In Italia amo profondamente il modo di fare cinema, ma oggi purtroppo c’è poco spazio per gli autori indipendenti. In Giappone, invece, sono molti i registi che nascono come indipendenti e che riescono comunque a farsi conoscere.

Alla fine, ovunque, il mio principio è lo stesso: accettare solo progetti che trasmettano qualcosa di costruttivo. Non lavoro per la visibilità, ma per il messaggio.

GC: Ascoltandoti parlare del tuo lavoro e della tua vita in Giappone, sembra che per te il rapporto con le persone abbia un ruolo centrale.

ES: Sì, questo è un concetto molto importante per me. Io conosco tutti nel mio quartiere: i negozianti, chi lavora al combini, quelli della lavanderia. Non per curiosità, ma perché mi piace connettermi: uno sguardo, un sorriso, un gesto sincero. È lì che sento il senso di stare in società.
Mi definisco prima di tutto un essere umano, poi un attore. Sul lavoro porto lo stesso spirito: ascolto, empatia, relazione vera. È l’unico modo per creare qualcosa che abbia vita.

GC: So che parli giapponese fluentemente, ma com’è successo?

ES: Non ho mai studiato in modo tradizionale. Ho provato, ma non funzionava. Così ho creato un metodo personale basato sulla comunicazione non verbale e sull’intelligenza emotiva: mi connetto con le persone, deduco la grammatica dalle situazioni reali, assorbo la lingua. È un apprendimento che passa dal corpo, non dalla mente.
Adesso sto insegnando questo metodo e lavorando per creare dei corsi online, perché credo davvero che chiunque possa imparare una lingua attraverso la relazione e la sensibilità.

GC: C’è qualcosa dell’Italia che ti manca?

ES: I panifici. Sembra banale, ma per me è un simbolo. Le pizzette al forno, il pane, la mozzarella in carrozza… c’è un’energia archetipica in quelle cose. Il grano, la madre, il calore. Rappresentano molto il modo italiano di amare, di sentirci legati agli altri. È come un ponte invisibile con le nostre radici.

GC: Guardando avanti, quali sono i tuoi prossimi passi?

ES: Ora continuo a costruire quel ponte, tra Italia e Giappone. Vorrei lavorare in entrambi i Paesi, far dialogare due mondi che amo. Se domani mi chiamano per un film in Italia, prendo l’aereo e parto.
Alla fine, il mio obiettivo è sempre lo stesso: raccontare connessioni umane autentiche, ovunque mi porti la strada.

[Foto di Masatoshi Yamashiro]

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