19 Luglio 2026

Identità, un ponte tra le culture

Ferdinando Damiano

Ferdinando Damiano

Laureato in Lettere Moderne, con specializzazione in Filologia Moderna. È stato speaker Radiofonico presso UniSound, Radio Universitaria di Salerno. Giornalista Professionista dal 2022. Appassionato di Sport (calcio in particolare), Cronaca Nera, Geografia e Tecnologia. Ha collaborato con la Testata Web calcistica Salernitana Live e con la Fondazione religiosa Rachelina Ambrosini. Segue le vicende internazionali ed è sempre alla ricerca di notizie curiose dall' Italia e dal mondo.

Il concetto di radici si evolve in maniera fluida, non legandosi a luoghi specifici

Oggi non è semplice definire in maniera univoca il significato d’identità. Esso infatti non si ancora soltanto alla propria terra natia,ma si può mettere in correlazione anche con l’introspezione in sé stessi e il viaggiare che porta a lasciare un pezzetto di sé nei luoghi visitati per piacere, lavoro o legami sentimentali.

La nostra esistenza dunque è dinamica e porta ognuno verso sentieri diversi e ci fa lasciare tracce importanti dove ci siamo sentiti veramente a casa.

Quindi possiamo dire di aver superato idealmente i confini territoriali e della nostra coscienza.

A conferma di questa flessibilità, c’è uno studio sull’appartenenza etnica, condotto da un team di ricerca Italo-Giapponese.

I membri dei due gruppi sono stati coordinati da Mario Dalmaso, professore di Psicologia e Socializzazione presso l’università di Padova e Akira Sarodo suo omologo all’Università Waseda di Tokyo.

Il progetto, realizzato alla fine del 2024 e denominato “Riconoscersi Nell’Altro” evidenzia la possibilità di sentirti parte integrante di gruppi differenti.

I soggetti coinvolti in questa indagine erano sia italiani sia giapponesi ed in una prima fase hanno dovuto scegliere tra 2 volti in base alla “familiarità” visiva.

Entrambi erano dello stesso sesso del soggetto partecipante, per evidenziare maggiormente la casualità della scelta.

In seguito tramite l’uso di un personal computer è stato chiesto di confermare o cambiare la scelta precedente, in questo ultimo caso bisognava indicare anche la persona che combaciava con l’ovale italiana o nipponica.

Infine ogni partecipante ha eseguito un test, con l’obbiettivo di capire quanto fossero presenti nell’inconscio pregiudizi nei confronti di bianchi ed asiatici.

I risultati si sono rivelati sorprendenti, con lo stesso Dalmaso che sottolinea come la capacità di identificarsi con volti dai tratti somatici differenti sia molto alta.

Altro elemento che corrobora questo risultato è la totale assenza di pregiudizi tra le due parti in causa. Ciò significa che la percezione del proprio essere non è assolutamente statica, ma in continua evoluzione e si adatta perfettamente ad individui con caratteristiche diverse.

Volendo andare oltre possiamo ritenere che questa sia la chiave della comprensione per quanto riguarda l’immedesimazione nei problemi altrui e l’accoglimento dell’ altro, senza badare alla sua provenienza geografica.

Inoltre, l’anello di congiunzione può essere rappresentato anche da empatia, ricordi ed emozioni.

Al contrario di quello che si può pensare anche un’esperienza negativa è capace di creare legami, poiché la condivisione ed il superamento di essa rappresentano un rafforzamento dei rapporti umani.

Una parte importante in questo lo hanno avuto anche le parole, dato che ad ogni volto scelto erano legati dei termini specifici . La scelta è ricaduta la maggior parte delle volte su facce associate con parole che sono risultare positive e connesse con l’esistenza del soggetto esaminato.

Akira Sarodo si focalizza invece su come tale fluidità ,sia un importante occasione per costruire una società più inclusiva e solidale.

In questo modo le differenze vanno a costruire un collante tra culture che ci arricchisce a livello personale e collettivo.

Parafrasando Aristotele dobbiamo tornare ad essere animali sociali, per espandere la nostra capacità di cogliere le diversità e donare agli altri la parte più profonda del nostro essere.

In questo modo saremo capaci di costruire generazioni future orgogliose della propria patria, ma pronte anche ad esplorare il mondo facendone la propria casa. Qualche tempo dopo, nel settembre 2025 lo stesso gruppo di ricerca ha effettuato un altro studio, mettendo stavolta in correlazione l’identità e la cucina tipica di Italia e Giappone.

I risultati hanno rivelato l’apprezzamento del cibo altrui, come dimostra la diffusione del sushi e del sashimi in Italia e della pizza in Giappone.

Tuttavia, si è evidenziato come italiani e giapponesi nella scelta dessero priorità al cibo locale.

Dunque mangiare non è soltanto nutrirsi, ma è un elemento fondamentale della nostra identità.

Questo processo avviene nonostante la globalizzazione che invade anche le nostre tavole, perché quando consumiamo un pasto partecipiamo ad un rituale individuale e collettivo che forma il nostro fisico e la nostra coscienza.

C’è però un’altra domanda che ci si è posti nel corso dell’esperimento culinario.

Questo scambio sarebbe così fluido, se si prendessero in esame popoli appartenenti alla stessa area geografica? Difficile dirlo, anche per le” dispute” relative al gusto che ciclicamente si originano tra italiani e francesi o tra giapponesi e coreani.

Una cosa è certa, anche le diatribe più intricate ed esasperanti, svaniscono di fronte ad un piatto gustoso preparato con ingredienti di qualità, a prescindere dalla nazione, assicurando un posto al” tavolo” della convivialità e della fratellanza.

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