In un tempo in cui un libro riceve plausi, spesso, prima della lettura, e le copertine attirano l’attenzione più dei contenuti, in Giappone è accaduto qualcosa di straordinario. Qualcosa di silenzioso, eppure rivoluzionario.
Le giurie dei due più importanti premi letterari del Paese, l’Akutagawa e il Naoki, hanno deciso di non assegnare il riconoscimento nella loro sessione estiva del 2025, conclusasi il 16 luglio, senza che nessun titolo sia riuscito a convincere la giuria: una scelta che ha il sapore dell’integrità e il profumo, quasi dimenticato, dell’onestà intellettuale.
Non accadeva da ventisette anni che entrambi i premi venissero sospesi nello stesso ciclo, eppure il regolamento lo prevede con una limpidezza che lascia poco spazio ai compromessi: se nessuna delle opere candidate raggiunge il consenso necessario, il premio non viene assegnato. Punto.
Nessuna forzatura, nessun premio “di circostanza”, nessuna illusione per il pubblico.
La scrittrice e giurata Hiromi Kawakami (La cartella del professore, I dieci amori di Nishino) ha spiegato: «Delle quattro opere finaliste, due sono state discusse più approfonditamente, senza che nessuna abbia ottenuto la maggioranza al secondo turno. È stata una decisione inevitabile».
Dietro queste parole, asciutte e rispettose, si cela un gesto di una forza rara: la letteratura non si piega. E, per una volta, non viene fatta scendere a patti con le esigenze del mercato, del calendario editoriale o del sistema promozionale.
Il premio Akutagawa, dal 1935, seleziona brevi opere di narrativa firmate da autori esordienti, spesso pubblicate su riviste letterarie, mentre il Naoki, nato nello stesso anno, si rivolge a scrittori già avviati, che si muovono nei territori della narrativa popolare. Entrambi i riconoscimenti vengono assegnati due volte l’anno, eppure, su centinaia di edizioni, solo una trentina di volte è successo che il premio fosse sospeso: la doppia rinuncia è un evento eccezionale, che indica non tanto un vuoto creativo quanto un rigore critico che oggi ha quasi del miracoloso.
In un’epoca in cui i premi vengono talvolta assegnati più per il nome stampato in copertina che per la forza delle parole contenute tra le pagine, questo rifiuto ha un peso simbolico dirompente: un atto che rompe gli schemi e ci ricorda che la letteratura, per essere vera, deve guadagnarsi ogni singolo riconoscimento che le viene attribuito.
In Occidente, e sempre più nel mondo interconnesso dei social, il senso critico nei confronti dell’opera letteraria sembra essersi dissolto in una bolla di entusiasmi plastificati: Instagram, TikTok e i contenuti del popolo dei bookinfluencer pullulano di copertine accattivanti e aesthetic, fotografie in controluce, pile di libri “da leggere” che spesso non verranno nemmeno sfogliati.
In mezzo a tutto questo rumore di fondo, le opinioni vere e argomentate sembrano rare come stelle cadenti in pieno giorno.
C’è una sorta di paura ad esporsi, una ricerca di validazione che soffoca ogni possibile voce fuori dal coro. Criticare un libro (con rispetto, ma senza ipocrisie) significa rischiare l’isolamento, perdere libri gratis, gadget esclusivi e collaborazioni. Molto meglio, allora, accontentarsi del silenzio o della lode automatica. Un post, qualche emoji, e via: ecco che il romanzo finisce nel dimenticatoio dopo una manciata di stories e cuoricini. Avanti il prossimo!
Per questo il gesto di rinuncia delle giurie giapponesi assume una risonanza ancora maggiore, come se volesse ricordarci che la letteratura rimane, nonostante tutto, un luogo sacro, uno spazio in cui non tutto può essere sacrificato sull’altare della visibilità.
Ci racconta che un premio (per quanto ambito e prestigioso) non deve mai trasformarsi in un atto dovuto e che, se necessario, è meglio non premiare piuttosto che celebrare il compromesso.
In questo gesto austero ma necessario si può leggere una speranza: forse c’è ancora chi crede che i libri meritino una lettura profonda, un giudizio sincero e un rispetto che non ha nulla a che vedere con l’algoritmo.
E se in Giappone quest’anno nessun autore è riuscito a convincere, forse non è solo colpa loro.
Forse non è solo una crisi dell’editoria…
Forse è la letteratura stessa che, silenziosamente, ci sta chiedendo di tornare ad ascoltarla con orecchie più attente e occhi più esigenti.
Con il cuore, il cervello, e con quell’umanità che è ingrediente fondamentale di ogni romanzo.
[Fonte foto Pixabay]
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