15 Giugno 2026

Silvia Cardoni

Silvia Cardoni

Vive a Tokyo ed è laureata in Lingue Europee. Si dedica alla fotografia e al video editing, guidata da un autentico amore per l’arte, la storia e le culture del mondo. Per lei, una giornata ben vissuta è fatta di occasioni per imparare, esplorare e creare connessioni autentiche.

Tradizione giapponese e libertà creativa nella vita di un’artista in dialogo con due culture.

C’è qualcosa di ipnotico nei gesti di chi crea carta a mano. Un ritmo lento, fatto di acqua, fibre vegetali e pazienza. È da qui che parte il percorso di Hiroko Imada, artista nata a Tokyo e oggi di base a Londra, che ha fatto della washi (和紙) — la tradizionale carta giapponese — il centro della sua ricerca artistica.

Durante la sua formazione alla Tokyo Zokei University, Hiroko ha approfondito le tecniche della fabbricazione della carta, sviluppando fin da subito una sensibilità particolare per la materia: le texture, la trasparenza, la struttura della carta. Un’attenzione che ha continuato a coltivare alla Slade School of Fine Art di Londra, dove, nel 1992, la sua mostra di laurea attirò l’attenzione del critico del Times David Cohen, che la descrisse come “l’annuncio di un nuovo, impressionante talento”.

Trasferirsi nel Regno Unito non è stata una scelta casuale. Quando studiava a Tokyo, Hiroko sentiva che la scena artistica giapponese le stava un po’ stretta. «Ero affascinata dalla tecnica, dalla sua profondità, ma mi mancava lo spazio per farla davvero mia» – ricorda Hiroko. All’epoca, l’arte in Giappone sembrava divisa in compartimenti rigidi: da una parte la tradizione, dall’altra l’avanguardia. Ma lei voleva sperimentare partendo proprio da quella materia antica — e per farlo, lì non trovava abbastanza spazio.

Londra, invece, era tutta un’altra storia. Una città dove l’arte contemporanea accoglieva contaminazioni, ibridazioni, sperimentazioni. «Ho sempre sentito una certa affinità con l’Inghilterra», spiega Hiroko. E proprio nel cuore della metropoli britannica ha trovato la libertà necessaria per costruire il suo percorso e dare forma a una ricerca che la rappresentasse davvero. 

Il dialogo tra il presente e la tradizione è uno dei cardini del suo lavoro. Da sempre affascinata dall’idea di perfezione tecnica, Hiroko racconta di provare una grande ammirazione per chi dedica la vita intera a padroneggiare una sola disciplina. «Non mi sento affatto arrivata a quel livello», confida. «Ma lo studio e il perfezionamento delle tecniche che uso fanno parte integrante del mio cammino artistico».

A Londra, Hiroko ha potuto sperimentare come mai sarebbe riuscita a fare nella sua Tokyo. Nei primi anni ’90, il Giappone non aveva ancora quell’aura di fascinazione globale che ha oggi. «Molti dei miei amici non sapevano nemmeno dove fosse il Giappone sulla cartina», ricorda ridendo.

Durante gli anni alla Slade, uno dei suoi tutor rimase colpito dal modo in cui Hiroko usava le tecniche tradizionali, in particolare la mokuhanga (木版画), la xilografia giapponese. Fu lui, con una semplicità quasi disarmante, a suggerirle di insegnarla. All’epoca, in Inghilterra, quasi nessuno la conosceva. Hiroko inizialmente esitava — si sentiva troppo inesperta per trasmettere quel sapere — ma la risposta del tutor fu tanto ironica quanto liberatoria: «Visto che nessuno la conosce, perché preoccuparsi?»

È così che è cominciata la sua “seconda vita”: quella di insegnante. Una vocazione inaspettata, che porta avanti da oltre trent’ anni. Oggi Hiroko Imada insegna tecniche tradizionali giapponesi come la xilografia giapponese, la produzione della washi, la realizzazione di paraventi pieghevoli e di rotoli appesi (kakemono 掛け物). Nel 2000 ha creato il primo corso di xilografia giapponese al British Museum e, nel 2017 ha anche istituito un corso di xilografia giapponese presso la King’s Foundation School of Traditional Arts, e da allora insegna in entrambe le organizzazioni. A Londra, Hiroko ha trovato lo spazio per sperimentare davvero. Ma, cosa ancora più importante, ha trovato qualcosa di ancora più raro: la libertà di seguire il proprio istinto, senza dover rendere conto a nessuno.

Questa libertà ha preso forma in due progetti commerciali che le stanno particolarmente a cuore: la collaborazione con Dr. Martens e il film Fast & Furious 9: The Fast Saga, prodotto dalla Universal Pictures. In entrambi i casi, chi l’ha scelta sapeva già cosa cercava: amavano il suo lavoro e si fidavano del suo sguardo. Nessuna richiesta dettagliata, nessun controllo creativo — solo un invito a fare ciò che sentiva giusto. Per il lancio della partnership tra Dr. Martens e il Metropolitan Museum di New York, Hiroko ha realizzato una stampa del logo “Dr. Martens X The Met” con la tecnica della xilografia. Per il film, invece, ha dipinto un’opera pensata per una scena specifica. Sono due lavori molto diversi, ma nati dallo stesso tipo di spazio: quello che si apre quando qualcuno ti dice semplicemente “fai tu”. E l’occasione di lavorare in ambito commerciale le ha offerto una prospettiva nuova e più ampia sulle sue possibilità creative.

Paradossalmente, è stato proprio l’allontanarsi dal Giappone a permetterle di riscoprirlo con più chiarezza — e con più affetto. «Più passa il tempo, più riaffiorano i ricordi belli», racconta. Non è tanto nostalgia, quanto quel filtro gentile che il tempo applica alla memoria, lasciando affiorare ciò che ci ha toccati davvero. Tra le immagini che tornano più spesso nel suo lavoro, la natura occupa un posto speciale. Insieme al movimento — spesso ispirato alla danza — e ai ricordi d’infanzia in Giappone, è una delle presenze che continuano a tornare, come un filo sottile che attraversa le sue opere. Questi tre elementi si intrecciano in molte delle sue installazioni. Una di queste è Making Waves, il progetto realizzato nel 2017 per il British Museum, in occasione della mostra Hokusai: Beyond the Great Wave. L’installazione era composta da grandi pannelli di washi, dipinti con motivi che richiamavano l’iconica onda di Hokusai. Un altro esempio è Naruto Whirlpools, ispirato ai vortici di Naruto: spettacolari fenomeni naturali che si formano tra la Prefettura di Tokushima e l’Isola di Awaji, nella Prefettura di Hyōgo.

Quello che rende tante opere di Hiroko Imada così riconoscibili è il loro carattere interattivo. Per lei, l’arte non è solo qualcosa da guardare, ma uno spazio da vivere, da toccare, in cui entrare e partecipare. I suoi lavori sono spesso pensati per accogliere il gesto di chi li osserva, per cambiare nel tempo, diventando così il frutto di un’azione collettiva. «Voglio trasmettere emozioni positive: pace, gioia, leggerezza», dice. «E se posso farlo coinvolgendo chi guarda, il messaggio arriva più diretto, più vivo». In Making Waves per il British Museum, ad esempio, questa idea si è tradotta nella possibilità per bambini e famiglie di creare piccole barche origami o stampare motivi su carta da aggiungere ogni giorno all’installazione. Un gesto semplice, ma capace di lasciare un’impronta: non solo un ricordo visivo, ma un’esperienza condivisa. «Un’opera d’arte site-specific – ossia concepita e realizzata per un evento preciso – è presente solo per un tempo limitato», osserva Hiroko. «E può trasformarsi in modi che non avevo previsto. Il fatto che le persone possano partecipare a quel cambiamento, anche solo per un attimo, rende tutto più reale. Soprattutto per i più giovani: sapere di aver preso parte a qualcosa li aiuta a costruire un legame autentico con l’opera — e, allo stesso tempo, crea un ricordo felice che resterà con loro nel tempo».

Negli ultimi anni, il tema della memoria — soprattutto quella legata all’infanzia — è diventato sempre più centrale nel lavoro di Hiroko. Tra tutti i suoi ricordi, ce n’è uno che torna con forza: i sakura (桜), i fiori di ciliegio. «Li ho sempre avuti in mente», racconta. «Ma per molto tempo non sapevo come rappresentarli». Per Hiroko — come per molti giapponesi — i fiori di ciliegio non sono solo un segno della primavera, ma un pezzo dell’anima collettiva. Sono legati a momenti importanti: l’inizio della scuola, il passaggio alle superiori o all’università, le feste con gli amici, i momenti condivisi con le persone care. La loro fioritura dura poco — non più di due settimane — e proprio questa brevità rende tutto più prezioso. È in questa consapevolezza che si nasconde la bellezza: un modo di pensare profondamente giapponese, che ci invita a vivere fino in fondo ciò che è destinato a svanire. Nel 2015 Hiroko è tornata in Giappone con un obiettivo chiaro: studiare i sakura. Non per copiarli, ma per coglierne l’essenza. Ci sono voluti nove anni perché quel lavoro interiore trovasse finalmente una forma. Solo nel 2024, con Sakura saku (桜咲く) — “i fiori di ciliegio sbocciano” — Hiroko ha sentito che era il momento giusto. «Tutto si è allineato da solo, senza forzature», racconta. L’installazione, esposta inizialmente alla Watts Gallery di Guildford da marzo a ottobre 2024 e poi al Museum of East Asian Art da aprile a dicembre 2025, è una vera e propria passeggiata immersi tra i fiori di ciliegio. Rotoli di washi sono appesi al soffitto, con fiori di ciliegio stampati in rosa usando la tradizionale tecnica della xilografia e petali dipinti a mano in rosso. I visitatori possono camminarci attraverso, proprio come quando ammirano i sakura durante l’hanami — immersi in sfumature di rosa, con il volto rivolto verso l’alto. Nel 2025, Hiroko ha portato i sakura anche nel cuore di Londra, trasformando le grandi finestre del ristorante giapponese Kaia, all’interno del The Ned — un elegante hotel e club — in un’installazione luminosa e delicata. Le tre opere originali sono state scansionate, ingrandite e stampate su pellicola, poi applicate su tre finestre per creare un effetto vetro colorato, permettendo alla luce di filtrare attraverso motivi astratti e delicate sfumature di rosa, evocando i fiori di ciliegio. Per Hiroko, questo progetto ha un significato molto personale: «Quelle finestre mi hanno ricordato quelle della mia scuola», racconta. «Guardare fuori e vedere i sakura era un momento di pace, e volevo ricrearlo qui.» Il progetto, co-sponsorizzato da The Ned e dalla rinomata azienda giapponese Suntory, le ha inoltre permesso di scoprire con entusiasmo la filosofia di Suntory — il Monozukuri (ものづくり), l’arte della manifattura — che rispecchia perfettamente il suo spirito.

Per Hiroko, l’esperienza diretta è una parte essenziale del creare arte. Il contatto con i materiali, con la natura, e le sensazioni fisiche legate al processo sono insostituibili. L’arte, per lei, non è qualcosa da guardare soltanto: si vive con le mani, con la memoria, con ciò che si condivide. È lì che nasce qualcosa di duraturo. Oggi, nell’era digitale, questa dimensione esperienziale rischia di andare perduta. «Quando porto gli studenti alla Galleria Giapponese del British Museum per fare qualche schizzo in preparazione al loro progetto di xilografia,» racconta con un sorriso, «la prima cosa che fanno è fotografare le opere.» Poi si mettono a disegnare dalla foto sullo schermo, ignorando completamente l’originale che hanno davanti». Un piccolo paradosso dei nostri tempi: vedere tutto, ma senza davvero guardare.

Tra le esperienze che Hiroko considera più importanti, c’è l’incontro con una cultura diversa dalla propria. Vivere all’estero, racconta, è qualcosa che ti apre davvero — la mente, ma anche il cuore. È un continuo scambio: scopri cose nuove, metti in discussione ciò che davi per scontato, impari a guardare da un’altra prospettiva. Può disorientare, ma è proprio lì che nasce qualcosa di prezioso. Stare lontano da casa, dice, le ha permesso di riscoprire le sue radici con occhi nuovi — e di apprezzarle ancora di più. La sua arte, che unisce Oriente e Occidente, è il frutto di questo incontro. Prova di come il dialogo tra mondi diversi sia una ricchezza che genera possibilità e bellezza.

[Foto fornite da Hiroko Imada]

I post più letti

Tokyorama-momenti-sospesi
SAKURA SAKU CREDIT Museum of East Asian Art photos_ © Museum of East Asian Art
tokyorama-sasabe-shintaro (2)
Torna in alto