19 Luglio 2026

Il caso Mayu Tomita: quando la legge arriva troppo tardi

Silvia Cardoni

Silvia Cardoni

Vive a Tokyo ed è laureata in Lingue Europee. Si dedica alla fotografia e al video editing, guidata da un autentico amore per l’arte, la storia e le culture del mondo. Per lei, una giornata ben vissuta è fatta di occasioni per imparare, esplorare e creare connessioni autentiche.

Una giovane idol aggredita da un fan. Un sistema giuridico impreparato al mondo digitale. Una ferita che ha cambiato il Giappone.

Il 21 maggio 2016, la cantante e attrice giapponese Mayu Tomita si stava preparando per esibirsi in un piccolo evento musicale a Koganei, Tokyo. Aveva solo vent’anni. Quella sera, però, non avrebbe mai raggiunto il palco: un uomo la aspettava fuori dalla sala. Non era uno sconosciuto. Si chiamava Tomohiro Iwazaki, aveva 27 anni ed era un suo fan. L’ha aggredita con un coltello, colpendola 61 volte al volto, al collo e al torace. Lo aveva già denunciato. E la polizia non aveva fatto nulla.

Una violenza annunciata

Dodici giorni dopo, Tomita venne accoltellata davanti alla sede dell’evento “Solid Girls Night Vol. 11”. Solo l’intervento dei passanti e dei soccorsi le salvò la vita. Nonostante le 34 ferite riportate — e un lungo ricovero ospedaliero — Tomita sopravvisse. Ma le conseguenze fisiche e psicologiche furono devastanti: perse parzialmente la vista da un occhio, ebbe difficoltà motorie, problemi a cantare, a mangiare. E sviluppò un grave disturbo post-traumatico da stress.

La storia inizia mesi prima. Iwazaki aveva iniziato a seguire Tomita ossessivamente online, inviandole messaggi insistenti e regali, tra cui un orologio. Quando la giovane, come spesso accade nel mondo idol, restituì i doni — mantenendo quella distanza richiesta e attesa dal suo ruolo — l’uomo reagì con furia. Nei giorni successivi la tempestò con oltre 400 tweet aggressivi e minacciosi. Tomita, preoccupata, si rivolse alla polizia della stazione di Musashino per segnalare il comportamento. Ma i messaggi via social non erano ancora contemplati dalle leggi giapponesi contro lo stalking. Il suo caso venne archiviato come “non urgente”.

Una giustizia in ritardo

L’aggressore venne immediatamente arrestato e processato l’anno successivo. Durante il processo, Iwazaki ammise l’attacco ma dichiarò di non aver voluto uccidere, solo “sfogare la frustrazione” per essere stato ignorato. Alla lettura della testimonianza di Tomita — “Voglio che l’aggressore muoia. Se non potete farlo, allora rinchiudetelo a vita” — Iwazaki urlò in aula “Allora uccidimi tu!”. Fu condannato a 14 anni e 6 mesi di carcere.

Ma la vera svolta arrivò sul piano legislativo. L’indignazione pubblica spinse la Dieta giapponese a modificare le leggi anti-stalking, includendo finalmente anche le minacce via social media. Il caso Tomita divenne simbolo di una generazione esposta e vulnerabile, e fu citato assieme ad altri casi — come l’aggressione alle AKB48 nel 2014 — nel dibattito nazionale sulla sicurezza delle idol e delle donne nei media.

La battaglia legale contro le istituzioni

Nel 2019, Tomita e sua madre decisero di intentare una causa civile contro il governo metropolitano di Tokyo, la polizia e l’ex agenzia di management della ragazza, chiedendo un risarcimento di circa 76 milioni di yen (più di 500.000 euro). La motivazione era chiara: avevano chiesto aiuto, e nessuno le aveva protette.

Nel luglio 2023, la corte ha raggiunto un accordo con la parte lesa. Sebbene la somma non sia stata resa pubblica, il legale di Tomita ha dichiarato che “supera quella usuale” e costituisce, di fatto, un’ammissione della negligenza da parte della polizia. Il capo della stazione di Musashino, sette mesi dopo l’aggressione, aveva già presentato scuse ufficiali.

Una caso emblematico

L’attacco a Mayu Tomita ha messo in luce non solo la vulnerabilità delle figure pubbliche in Giappone, ma anche l’inadeguatezza delle istituzioni di fronte al cambiamento del panorama tecnologico. L’idea che i social network siano uno spazio “virtuale” e quindi meno pericoloso ha dimostrato tutta la sua fallacia.

Oggi Tomita continua la sua battaglia. Non solo per sé, ma per tutte le donne, le artiste, e le vittime che chiedono protezione in un mondo in cui la violenza si nasconde dietro uno schermo — fino a quando, improvvisamente, esplode nel mondo reale.

[Fonte foto sito The Independent]

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