19 Luglio 2026

Spiritualità giapponese: il significato della corda sacra shimenawa

Matteo Brambilla

Matteo Brambilla

Laureato in Lingua e Cultura Giapponese e Cinese presso l’Università Statale di Milano, coltiva da anni una profonda passione per il Giappone. Grazie a due esperienze di studio nel Paese, ha approfondito lingua, cultura e letteratura, sviluppando un approccio critico e appassionato agli aspetti più complessi della realtà giapponese, con l’obiettivo di rafforzare il dialogo tra Italia e Giappone.

Fare visita a un santuario shintoista è molto più che una semplice esperienza turistica: è un’immersione in un sistema religioso e culturale che da secoli struttura il rapporto dei giapponesi con il sacro. L’accesso è segnato da un torii (鳥居), la classica struttura dipinta di rosso vermiglio che separa simbolicamente lo spazio profano da quello sacro. I caratteri che compongono il termine torii significano letteralmente “dove si trovano gli uccelli”, e secondo una tradizione la sua forma deriverebbe da un antico trespolo rituale. Attraversarlo richiede un piccolo gesto di rispetto: si passa sempre ai lati, evitando la sezione centrale, riservata al cammino delle divinità.

Una volta varcato il torii, sarà facile notare da qualche parte una shimenawa (注連縄), una corda intrecciata tipica dello shintoismo. È realizzata in paglia di riso o canapa, spesso decorata con i cosiddetti shide (紙垂), sottili strisce di carta bianca dalla forma zigzagante. I piccoli coni che pendono dalla corda sono i gohei (御幣) o, in alcune forme locali, elementi rituali che rappresentano purezza, pioggia, fulmine, cielo. Lo shimenawa, oltre alla sua funzione religiosa, è anche un manufatto che richiede grande ingegno artigianale: intrecciarlo è un’arte tramandata da secoli, soprattutto nelle aree rurali.

Questa corda sacra delimita un luogo ritenuto potenzialmente abitato dal divino. Non contiene alcuna statua o immagine, come invece accade nei templi buddhisti: è un segno. Indica che lì, all’interno di quello spazio, può manifestarsi la divinità. È una soglia che separa il nostro mondo da ciò che non è visibile.

Le shimenawa possono cingere tronchi di alberi e rocce sacre, considerate dimora dei kami. Possono anche collegare due pietre poste vicine tra loro: sono le cosiddette “rocce marito e moglie”, simbolo di legame e unione indissolubile. Queste coppie di rocce esistono in molte regioni del Giappone, ma una delle più suggestive è quella di Sakurai Futamigaura (桜井二見ヶ浦), nella prefettura di Fukuoka.

Sulla spiaggia di Futamigaura, l’occhio viene subito attirato dal torii bianco che si staglia contro il blu del mare e l’azzurro del cielo. Oltre la cornice del portale, in mezzo alle onde, emergono le due rocce, unite da una shimenawa che sembra tendersi come un respiro tra i flutti. L’acqua che le circonda trasforma l’orizzonte in un luogo sospeso: la natura stessa appare come un santuario aperto, e quel legame di paglia diventa un invito a riconoscere il sacro non solo nei luoghi costruiti dall’uomo, ma anche nelle meraviglie che l’arcipelago giapponese rivela a chi sa guardarle.

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