19 Luglio 2026

Vittoria Necci

Vittoria Necci

Laureata in Scienze della Comunicazione, ha conseguito un Executive Master in Digital Marketing ed E-Commerce Management, si è formata presso la Scuola Holden con il Corso di Giornalismo Narrativo e Inchieste Internazionali. Unisce competenze, esperienza e creatività in progetti che mettono al centro la comunicazione strategica e lo storytelling.

Tra Sicilia e Giappone, un filo continuo di eleganza e memoria

In un mondo della moda che cambia velocemente, Carmela Motta rappresenta una delle rare figure capaci di intrecciare tecnica, storia e sensibilità contemporanea. Dal suo atelier siciliano, dove la tradizione dialoga con il gesto lento dell’artigianato, fino all’Expo di Osaka, il suo percorso si muove con la naturalezza di un filo che non si spezza. L’abbiamo incontrata per ripercorrere le sue radici, il suo lavoro e il sorprendente viaggio che l’ha portata in Giappone.

LE ORIGINI

VITTORIA NECCI: Carmela, qual è il primo ricordo che la vede con ago e filo in mano?

CARMELA MOTTA: Ho iniziato molto giovane. Confezionavo gli abiti per le mie bambine ed era qualcosa di naturale, che mi apparteneva. Già da ragazzina seguivo mia sorella ai suoi corsi di taglio e cucito, anche se ero troppo piccola per partecipare: ascoltavo tutto e poi, a casa, ripetevo ciò che l’insegnante spiegava, sviluppando i modelli e preparando ogni dettaglio. Era un talento che sentivo dentro, innato.

VN: Guardando al suo percorso, quali sono le tappe che l’hanno condotta alla nascita di Kea Atelier?

CM: Sono dodici anni che ho il mio atelier. Ho iniziato giovanissima e ho lavorato dapprima nel settore sposa; gli ultimi quindici anni ho collaborato con una prestigiosa maison del settore, occupandomi della realizzazione dei campionari. Su trenta sarte dell’azienda, l’unica chiamata dalla titolare ero io: lavoravo nella stessa stanza con Gianna Baragli, mia titolare e stilista, e designer. Eravamo un gruppo creativo, e Gianna mi ricordava spesso che quel lavoro stava facendo emergere ciò che avevo dentro.

VN: Lei svolge un lavoro artistico, spesso osteggiato o squalificato. Ha dovuto lottare per il suo percorso?

CM: Sì, si deve lottare, perché l’artigianato non è compreso come dovrebbe. È un mestiere in cui acquisisci conoscenze giorno dopo giorno, e questo ti porta anche alla conoscenza dei tessuti stessi. I materiali cambiano con le stagioni: ogni tessuto ha la sua rifinitura, le sue lavorazioni. Tutto questo mi ha costruito una vera formazione.

VN: Quali principi estetici o concettuali guidano oggi le sue collezioni?

CM: Mi piace creare linee semplici, eleganti, pulite, non particolarmente arzigogolate. Ampie, ma mai estreme. Amo il dettaglio e il particolare, purché rimangano sempre nell’eleganza e nell’originalità. Cerco sempre il dettaglio diverso: è ciò che, in un lavoro artigianale come il nostro, crea davvero la differenza e l’unicità.

VN: Che ruolo giocano materiali e sostenibilità nel suo lavoro?

CM: I materiali sono fondamentali. Utilizziamo esclusivamente tessuti in seta, materiali di qualità che ci distinguono. Non usiamo tessuti importati, perché si perderebbe la qualità del vero Made in Italy.

Preferiamo prodotti italiani per mantenere valore, identità e precisione.

LE DONNE DI KEA ATELIER

VN: Chi sono le donne che si riconoscono nel suo atelier? C’è un filo che le unisce? Per quale donna sente di creare?

CM: Arrivano donne che cercano qualcosa di diverso da ciò che trovano fuori. Vogliono un abito che non si sia già visto, che esprima la loro personalità, con dettagli particolari ma sempre eleganti e puliti. Sono donne che amano il dettaglio, ma sempre nella misura dell’eleganza.

GIAPPONE, EXPO E IL DIALOGO TRA CULTURE

Dalla Sicilia al Giappone il salto può sembrare enorme. Eppure, per la stilista Carmela Motta, quel viaggio ha rappresentato un’estensione naturale del suo modo di lavorare e di guardare alla tradizione.

VN: Ricorda il suo primo vero shock culturale una volta arrivata in Giappone?

CM: Mi ha sorpreso la quotidianità: camminano tantissimo a piedi e sono molto organizzati. C’è quel tempo scandito, quell’ordine costante. Perfino in aeroporto l’organizzazione è impressionante, con tantissimi step e controlli rispetto all’Italia.

VN: Com’è nata l’opportunità di rappresentare l’Italia e la Sicilia all’Expo di Osaka?

CM: È nata grazie al progetto del tombolo che stiamo portando avanti. La Regione Sicilia mi ha portata lì. Per me è stato un sogno, qualcosa che non mi aspettavo.

VN: C’è un aneddoto che conserva come un frammento prezioso di quel viaggio?

CM: La continua affluenza delle persone: non c’era mai un momento in cui il padiglione fosse vuoto. Sempre movimento, sempre curiosità. I giapponesi erano molto interessati alla nostra artigianalità.

VN: Cosa ha percepito che il pubblico giapponese apprezzasse di più?

CM: La lavorazione artigianale, la nostra manualità e la nostra tradizione. Respiravano davvero il nostro sapere antico e ne erano affascinati.

L’ELEGANZA DEL GESTO: IL DIALOGO TRA KIMONO E TOMBOLO

VN: Come ha conciliato due mondi così forti come kimono e tombolo?

CM: Perché sono due tradizioni storiche. Il nostro artigianato è molto meticoloso, e la moda italiana è riconosciuta e ricercata. Il tombolo è una lavorazione che non si può realizzare a macchina: richiede precisione e conoscenza. Ogni elemento nasce da un mio disegno personale, non utilizzo motivi preesistenti.

VN: Ha sentito una parentela tra il gesto lento del kimono e la pazienza del tombolo?

CM: Ho voluto realizzare le applicazioni con grande attenzione, perché ogni pezzo è pensato apposta, senza confusione con altri usi tradizionali. L’obiettivo era rifinire il kimono.

VN: Cosa desiderava raccontare attraverso la fusione tra kimono e tombolo?

CM: Il Giappone è conosciuto per la sua preziosità, serietà ed educazione. L’Italia per l’eccellenza della moda. Ho voluto mettere insieme questi due elementi perché potessero dialogare. E anche per onorare il fatto che la Regione Sicilia mi aveva portata a Osaka.

VN: Lavorando su un kimono arricchito dal tombolo, cosa ha compreso dell’eleganza giapponese nel mondo della moda?

CM: Ho compreso la loro raffinatezza e il valore che attribuiscono al loro abbigliamento tradizionale. In Giappone il kimono si indossa ancora in molte occasioni, lo vivono con orgoglio. Per questo ho voluto valorizzarlo ulteriormente, aggiungendo un tocco della nostra storia su una storia già esistente.

CULTURA, MEMORIA, RITORNO

VN: C’è un elemento della cultura giapponese che l’ha colpita particolarmente?

CM: Il fatto che molte persone indossino il kimono ancora oggi nella vita quotidiana. Lo valorizzano davvero.

VN: C’è un luogo o un momento che le è rimasto nel cuore?

CM: Sono stata a Kyoto e ho avuto modo di visitare la città, il tempio, i giardini. Sono rimasta entusiasta: lì respiri veramente la storia. E poi ho apprezzato molto gli yakiniku, quei luoghi in cui cucini tu stessa la carne. Una carne deliziosa, un’esperienza che mi è rimasta nel cuore.

VN: Cosa si porta dentro dal Giappone, oggi?

CM: Mi porto dentro il loro rispetto e la considerazione per il nostro lavoro. Un’accoglienza che, in alcuni momenti, è stata quasi commovente.

CONCLUSIONE

L’intervista a Carmela Motta lascia la sensazione di un percorso che non procede per salti, ma per continuità. Ogni tecnica, ogni gesto, diventa parte di un unico filo che unisce il passato al presente. Dal tombolo al kimono, dalla Sicilia a Osaka, ciò che emerge è un’idea di moda come memoria viva: un artigianato che non imita, ma interpreta. E che continua, ancora oggi, a rinnovarsi a ogni punto, con la cura di una storia che si lascia indossare.

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