Quando uscì nel 1997, Perfect Blue non somigliava a nulla di conosciuto. Era un film d’animazione che disorientava chiunque lo guardasse: troppo cupo per il pubblico degli anime, troppo “disegnato” per chi cercava un thriller psicologico. Eppure, proprio in quella terra di mezzo, SatoshiKon costruì uno dei racconti più lucidi e inquieti sul rapporto tra identità e rappresentazione.
La storia di Mima Kirigoe, idol che abbandona la musica per intraprendere la carriera di attrice, si muove interamente dentro una perdita: quella della percezione di sé. Nel tentativo di reinventarsi, Mima si trova intrappolata in una rete di immagini che non controlla più. Ciò che rimane sullo schermo è un volto che si moltiplica: una presenza che continua a esistere anche quando lei, quella vera, vacilla. La protagonista vive in un appartamento saturo di luci artificiali, passa dal set alle strade di Tokyo e si confronta con spazi impregnati di tecnologia: ogni ambiente è spesso filtrato da tonalità di blu che accompagnano la sua trasformazione e suggeriscono la fragilità dei confini tra realtà e rappresentazione.
In questo spazio instabile, il blu non è solo un colore ma una condizione mentale. Non è il sora-iro(空色), il blu limpido del cielo o dell’acqua, ma l’ai-iro (藍色), la tonalità più densa e profonda, quasi nera. Nella tradizione giapponese è il colore della stabilità, dell’equilibrio, ma in Perfect Bluesi rovescia in qualcosa di opposto e diventa il blu della vertigine, dell’istante in cui la realtà vacilla e la mente scivola nell’immagine di sé. In altre scene, Mima si muove in ambienti dove il blu tende al kon-iro (紺色), un blu scuro che accompagna la solitudine, e allo stesso tempo lascia emergere sprazzi di ruri-iro (瑠璃色), blu-lapislazzuli, che segnano momenti di tensione o rivelazione.
Satoshi Kon lo utilizza come architettura emotiva: ogni scena del film sembra attraversata da una luce che trattiene e, insieme, consuma. Quando Mima rientra nel suo appartamento, dopo una giornata di riprese, il blu del neon filtra dalle persiane e si posa sugli oggetti con una calma irreale. Lo spazio appare sicuro, ma qualcosa nel colore tradisce un’inquietudine. È interessante notare come il blu venga sostituito da una calda tonalità di giallo in quelle scene che dovrebbero ricondurre ad una situazione psicologica di maggiore intimità e calore, nonché di sicurezza. In realtà, man mano che la storia procede, vediamo che anche questo colore si “sporca”, restituendo il sentore di un’atmosfera opprimente. Ne è esempio lampante la luce che avvolge la scena della vasca, forse la più intima e rivelatrice del film: Mima si immerge nell’acqua, lo sguardo perso, osservata dall’alto, il suo riflesso che sembra quello di un’altra persona, getta la testa sott’acqua e urla non producendo alcun suono e amplificano il senso di smarrimento della scena. Non è più un colore che protegge, non è calma, non è stabilità: è sospensione. Accompagna il momento in cui la protagonista si confronta con se stessa e con le immagini moltiplicate della sua vita pubblica.
Un’altra scena in cui è riscontrabile la funzione liminale del blu è quella in cui Mima accetta la parte più intensa nel film che sta girando. Lo studio cinematografico la avvolge in una luce fredda, azzurrablu, simile al riverbero di uno schermo. Ogni movimento, ogni inquadratura, sembrano sospesi in quell’atmosfera gelida. Qui la finzione non resta confinata al set: la recitazione di Mima si fonde con una violenza reale, percepita, e il blu che domina lo spazio amplifica la dissoluzione dei confini tra ciò che è rappresentazione e ciò che è vissuto. La protagonista non è più solo osservata; è immersa in un ambiente che segnala la soglia tra identità privata e identità pubblica dove i confini tra il sé che recita e il sé che subisce si assottigliano e si confondono sempre di più. In queste tonalità, il colore diventa misura della psiche, indicatore di fragilità e transizione, segnalando a chi guarda il momento in cui Mima cessa di essere solo un’attrice e diventa corpo e mente sospesi tra realtà e illusione.
Durante il film è, dunque, anche lo spettatore ad essere immerso in questa dimensione blu, colorata dalle tonalità artificiali provenienti dagli schermi, dalle luci dei monitor che inondano Mima durante le riprese o dalle insegne al neon delle notti di Tokyo. In queste tonalità liminali, il colore segna la soglia tra la Mima privata, l’attrice che deve ricostruire la propria immagine, e la ex cantante idol, rimpianta dai fan. Il blu accompagna il lento dissolversi dei confini tra realtà e rappresentazione, tra ciò che Mima è e ciò che appare: in questi momenti la percezione della protagonista si sfalda e la mente vacilla. Scene come l’arrivo dei messaggi minacciosi dei fan ossessivi o i sogni in cui viene perseguitata dal suo alter ego mostrano come il blu diventi segnale di passaggio, di identità sospesa, liminale.
In questo senso, Perfect Blue anticipa intuizioni sul mondo virtuale e sull’impatto della visibilità mediatica sulle persone pubbliche, tema di una sconcertante attualità e, in realtà, molto più vicino a ciascuno di noi di quanto si possa pensare in un primo momento: la luce blu dei dispositivi dinnanzi ai quali passiamo sempre più tempo, potrebbe essere vista proprio come il simbolo di una desolante fuga dalla realtà per cercare un qualche tipo di alternativa posticcia e digitale al proprio essere. Il blu diventa il confine invisibile tra l’identità reale e quell’immagine che si vorrebbe trasmettere, tra il controllo del sè e la manipolazione delle proprie idee. C’è una lettura cromatica prima che narrativa nel film ed è quello che raccontano le tonalità, i contrasti tra colori caldi e freddi e quell’utilizzo preciso del colore che diviene mezzo narrativo e simbolico, mai mera preferenza estetica o visiva.
Proprio per questo motivo Perfect Blue resta uno dei film che più è riuscito ad impattare l’immaginario di altri grandi registi in tutto il mondo: si pensi a David Lynch, grande estimatore del film, e a Darren Aronofsky che nel suo Requiem for a dream omaggia l’iconica scena della vasca riproducendola fedelmente, proprio per riflettere il sentimento di oppressione di Mima su quella del suo personaggio. L’unica differenza in questa scena, guarda caso, è proprio data dalla fotografia: calda ma soffocante nel film giapponese, blu- verde freddissima in Requiem.
Questo uso del colore come soglia e narrazione non è appannaggio esclusivo del cinema giapponese e anche in Italia possiamo rintracciarne un degno esponente. In questo caso, Dario Argento con le sue scenografie e le sue scelte cromatiche ha fatto del colore uno strumento per segnare i confini tra reale e percepito. In Suspiria, ad esempio, le streghe si manifestano attraverso luci rosse e blu intense che inondano la scena, creando uno spazio instabile in cui la percezione dello spettatore viene sospesa: un’ intuizione questa a cui Argento approdò grazie anche alla sapiente guida del direttore della fotografia Luciano Tovoli. Si decise per un utilizzo non naturalistico del colore. Era un elemento che doveva, invece, giocare un ruolo attivo nel racconto della storia: la luce veniva filtrata attraverso dei pesanti panni di velluto perché il colore, così diffuso, sembrasse impregnare completamente ambienti, volti e scenografie soprattutto nelle scene da incubo così da avvicinare lo spettatore agli stati d’animo e al terrore della protagonista. Come Kon, Argento usa il colore per suggerire l’invisibile e raccontare ciò che sfugge alla semplice rappresentazione, mostrando come tonalità e luce possano trasformare un ambiente in soglia emotiva.
La dimostrazione che il potere del colore va ben oltre evocare sensazioni: può diventare uno strumento narrativo capace di parlare, di suggerire e di raccontare ciò che le parole spesso non riescono a dire.
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