06 Luglio 2026

Giorgia Cardoni

Giorgia Cardoni

Autrice e scrittrice, ama raccontare ciò che accade dietro le quinte della realtà: storie che ispirano, emozionano e stimolano il pensiero critico. Con uno stile diretto e curioso, esplora temi che spaziano dalla cultura contemporanea alla vita sociale, cercando sempre di costruire un ponte tra informazione e passione.

Il colore secondo Naomi Kawase e Sion Sono

Nel cinema giapponese d’autore, la fotografia non è soltanto un mezzo tecnico: è un modo di posarsi sulle cose. Una lente che decide se trattenere o rilasciare, se osservare con discrezione o lasciare che l’immagine travolga. Negli ultimi decenni, questa sensibilità si è espressa in forme molto diverse, talvolta legate alla tradizione documentaristica e al legame con la natura, altre volte influenzate dalla scena underground, dalla performance art e dalla vita urbana. Dentro questo panorama, Naomi Kawase e Sion Sono emergono come due poli distinti. Li scegliamo perché, nel loro contrasto, rivelano quanto la fotografia — e il colore, che ne è la vibrazione più sottile — possa raccontare due modi di essere al mondo.

Kawase filma come se stesse cercando ciò che resta nascosto nelle pieghe del quotidiano. Le sue immagini hanno la calma dei gesti antichi: una finestra aperta, una strada di campagna, un corpo che si muove senza fretta. Viene dalla fotografia, e questo si avverte nella precisione con cui lascia che la luce naturale abiti lo spazio. In Hanezu, la sfumatura di rosso che dà il titolo al film affiora senza mai imporsi; è un colore che appartiene alla terra prima che alla storia. Kawase lo accoglie e basta. I suoi attori vivono nei luoghi prima delle riprese, come se fosse necessario respirare la stessa aria per capire la direzione della scena. Il tempo scorre lentamente. La macchina da presa segue, osserva, attende. In questo ritmo quieto, il colore diventa una memoria: qualcosa che rimane anche quando la scena si è spenta.

Con Sion Sono il tempo, invece, accelera. La sua visione nasce dalla poesia performativa, dal teatro di strada, da un’energia che non conosce timidezza. Le immagini non cercano equilibrio: cercano fratture. Nei suoi film, il colore entra in scena come una forza inaspettata. A volte è un neon che taglia una stanza. A volte è un contrasto esasperato che racconta più delle parole. In Love Exposure o Red Post on Escher Street, la fotografia sembra vibrare di un’urgenza collettiva, come se ogni personaggio stesse tentando di uscire dal proprio bordo. Sono non teme l’eccesso. Lo usa per parlare del desiderio, della marginalità, della confusione necessaria alla vita. Il colore, qui, non consola: sfida.

Accostarli permette di vedere più chiaramente ciò che entrambi cercano. Kawase torna alle radici; Sono guarda le crepe. Lei si affida alla luce che esiste già, lui inventa la propria. Ma in modi diversi inseguono un’autenticità che non può essere costruita in studio. È questo che li rende complementari: uno scava nella quiete, l’altro nella tempesta. E proprio attraverso il colore — tenue o violento, naturale o artificiale — raccontano il punto esatto in cui un’emozione prende forma.

Alla fine, ciò che unisce i loro mondi è una convinzione semplice: nel cinema, il colore non è un ornamento. È una verità emotiva. Una sostanza invisibile che rivela, prima ancora della storia, il modo in cui un personaggio sente, respira, esiste. Kawase lo lascia affiorare, Sono lo lascia esplodere. E noi, guardandoli, comprendiamo che ogni immagine è una confessione: una traccia di ciò che il mondo è, o di ciò che potrebbe essere, quando ci permettiamo davvero di vederlo.

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