Come il Maho Shojo racconta le sue eroine
Il colore racconta.
Quella che può apparire come una frase banale e persino scontata, in realtà, palesa uno dei linguaggi narrativi tra i più immediati e, forse, proprio quello che viene molto spesso sottovalutato in una lettura parziale di piacevolezza, estetica e atmosfere da esso evocate.
Eppure la storia dell’arte, il cinema e tutti i modi e i mondi multimediali di raccontare una storia ci ricordano di continuo quanto la presenza di determinati colori rispetto ad altri abbia il potere di cambiare il significato di una scena e orientare la comunicazione. Nel mondo manga e (soprattutto) anime, l’abbinamento di colori e caratteristiche dei personaggi sembra essere uno schema consolidato nel tempo: ad ogni protagonista e ogni antagonista corrispondono tinte e nuances che servono ad annunciarlo ancor prima che si palesi sullo schermo o, addirittura, a definirlo prima ancora che abbia tempo di aprire bocca.
Un genere in cui il colore addirittura travalica e va oltre questa caratteristica, portandola all’estremo, è quella del maho shojo: squadre di guerriere, per lo più adolescenti, ricevono poteri magici e si ritrovano a combattere nemici intergalattici per la salvezza del pianeta terra. Intanto fanno i conti con un altro mostro, che è quello della crescita. Le ragazze cambiano, maturano, comprendono di più su chi vogliono diventare, realizzando al contempo quanto sia importante avere il conforto di un’amicizia sincera.
Semplicemente ( si fa per dire!) crescono. E questa crescita ce la raccontano anche i colori che indossano.
Di sicuro, nominando titoli iconici quali “Bishōjo senshi Sailor Moon” di Naoko Takeuchi o “Mahō shōjo Madoka Magica” del Magica Quartet, uno dei primi elementi che affiora alla memoria è il colore: quello delle divise delle varie guerriere, quell’elemento estetico che riesce già a raccontarci la personalità dei personaggi che abbiamo davanti. Prima ancora che il racconto entri nel vivo, il colore è un elemento capace di orientare lo sguardo e predisporre all’interpretazione, collocando con semplicità un personaggio in una costellazione di significati e suggerendo la sua postura emotiva rispetto al mondo.
Prendendo in esame l’universo di Sailor Moon, ad esempio, risulta particolarmente evidente come la corrispondenza tra colore e personaggio non abbia nulla di arbitrario.
Ami Mizuno/Sailor Mercury, avvolta dal blu e dall’azzurro, incarna una forma di intelligenza che non si esaurisce nel suo straordinario talento scolastico, ma si traduce in osservazione, prudenza, capacità di riflettere prima di agire. Si tratta di quel blu, limpido e controllato, che diventa la tonalità entro cui si muovono i suoi gesti e il suo modo di stare nel gruppo.
Rei Hino/Sailor Mars, al contrario, si inscrive nel rosso: una cromia che parla di disciplina, di tensione trattenuta, di un rapporto conflittuale tra impulso e regola, radicato tanto nella sua funzione di miko, sacerdotessa scintoista, quanto nel suo temperamento fumantino.
Makoto Kino/Sailor Jupiter è invece associata al verde, introducendo una complessità ulteriore: forza fisica e vulnerabilità affettiva convivono in una tonalità che non rimanda a un’idea edulcorata di natura, ma a un corpo guidato da un insito istinto materno, che sente e che protegge le altre.
Minako Aino/Sailor Venus, infine, con il suo arancione luminoso, porta nella serie una presenza brillante, appunto, come una stella guida per tutte le altre guerriere.
E, infine, Usagi Tsukino/Sailor Moon, immersa nel bianco e nel rosa, non è la declinazione di una femminilità generica, bensì il centro fragile e sincero attorno a cui ruota l’intero sistema: i suoi colori la espongono, senza filtri, in tutta la sua goffaggine, la sua emotività, la sua capacità di cadere e rialzarsi. Non proprio caratteristiche da leader ma certamente caratteristiche umane, che rendono il personaggio imperfetto e unico al tempo stesso.
Una grammatica cromatica che non nasce per caso, come ha più volte dichiarato l’autrice Naoko Takeuchi. Le Sailor sono state pensate come variazioni di uno stesso principio, non come figure autonome destinate a una gerarchia rigida: proprio come quell’universo che rappresentano, ognuna di loro porta la sua unicità nella storia, i propri sogni, la propria forza … a partire dal colore che indossano. La scelta cromatica diventa allora una forma di racconto obliquo, un modo per distribuire differenze senza fissarle, per suggerire i caratteri senza ridurli a mere funzioni assegnate.
Questo sistema cromatico,con il tempo, è diventato una regola del maho shojo universalmente riconosciuta e, per questo, apparentemente stabile e rassicurante. Per questo motivo, guardando o leggendo una storia di “maghette” tutti sono portati a pensare che la ragazza rosa sia tenera e femminile, quella rossa energica, quella blu tranquilla, e così via: la scelta dei colori ha costituito a lungo un patto con lo spettatore; come una promessa di coerenza, un linguaggio immediato che permette di orientarsi all’interno della narrazione. Ed è proprio su questo patto che Puella Magi Madoka Magica interviene nel 2011 durante la sua prima, destabilizzante, messa in onda: il lavoro di Magica Quartet incrina il sistema dall’interno, utilizzando le stesse tinte ma caricandole di un peso del tutto diverso.
Ad esempio, il blu qui non è più quello pacato e razionale di Ami. Sayaka Miki condivide la stessa gamma cromatica, eppure quel blu si carica progressivamente di un’altra qualità: diventa il colore dell’abisso, della disillusione, di quella ferita che si apre quando si comprende che i propri desideri sono destinati a non avverarsi. Laddove in Sailor Moon il colore anticipa una funzione armonica all’interno del gruppo, qui preannuncia una frattura: il percorso di Sayaka, che conduce alla sua dannazione, è inscritto visivamente in una palette che si sporca e perde trasparenza, fino a rendere evidente il cortocircuito tra ciò che il colore prometteva e ciò che la storia le infligge.
Anche il rosa di Madoka, che nell’immaginario maho shōjo tradizionale rimanda a innocenza e apertura, assume una dimensione ambigua: è il colore di una purezza che diventa sacrificio, di una dolcezza che si traduce in annullamento. Il giallo di Mami Tomoe, inizialmente caldo e rassicurante, si rivela fragile, esposto a una violenza improvvisa che spezza ogni illusione di sicurezza. Il rosso di Kyoko Sakura conserva una forza aggressiva, ma si intreccia a una storia di privazione e perdita che ne muta il senso. E poi c’è Homura Akemi, che si sottrae quasi del tutto allo schema cromatico canonico, muovendosi tra il viola e il nero: una figura che non promette nulla, che non offre una lettura immediata, e che,proprio per questo, incarna il punto di rottura più radicale del genere.
Insomma, in Madoka Magica, il colore non introduce il personaggio allo spettatore: lo accompagna nella sua lenta discesa all’inferno. La funzione orientativa della palette viene ribaltata, trasformandosi in un dispositivo che espone il destino tragico e già segnato di ciascun personaggio. Lo shock e l’impatto che l’anime ebbe alla sua uscita e che, ancora oggi, lo rende uno dei prodotti più imitati del genere, è dovuto proprio a questo elemento dissonante. È un uso del colore che lavora per contrappunto rispetto a Sailor Moon e che dimostra come lo stesso linguaggio visivo possa generare esiti narrativi opposti, a seconda della direzione in cui viene spinto.
Ma, d’altronde, sarebbe riduttivo pensare che questa consapevolezza cromatica si esaurisca nella sola costruzione narrativa interna alle serie. Nel caso di Sailor Moon, in particolare, il colore continua a parlare anche nelle illustrazioni extra-canoniche e negli artbook ufficiali, dove Naoko Takeuchi mostra con chiarezza quanto il suo immaginario dialoghi apertamente con il linguaggio dell’alta moda. Non si tratta di un’ipotesi suggestiva né di una lettura retrospettiva: l’autrice ha più volte dichiarato, in interviste e materiali editoriali, il proprio interesse per le passerelle europee degli anni Novanta e, in particolare, per quella moda italiana che in quel decennio aveva fatto del colore saturo, del contrasto netto e della silhouette femminile un terreno di sperimentazione continua. Alcuni abiti indossati dalle Sailor nelle illustrazioni a colori (abiti da sera, completi sartoriali, mise che nulla hanno a che fare con la divisa da combattimento) mostrano richiami evidenti a quell’estetica, chiara ispirazione di firme prestigiose quali Valentino, Versace o Roberto Cappucci: il rosso profondo e strutturato che richiama una femminilità assertiva, il nero tagliato da accenti dorati, i blu intensi e compatti che rimandano a un’eleganza severa ma mai fredda. In questo senso, il colore smette definitivamente di essere un semplice codice caratteriale e diventa materia viva, culturale, stratificata: ciò che le guerriere indossano negli artbook non è un “fuori personaggio”, ma una dichiarazione ulteriore della loro identità, un modo per immaginarle adulte, collocate in un mondo che riconosce nel colore una forma di auto-rappresentazione e di scelta.
È un passaggio significativo, perché dimostra come il lavoro cromatico di Takeuchi non sia confinato all’età dell’adolescenza o al linguaggio del genere, ma accompagni le sue protagoniste anche oltre, in uno spazio simbolico in cui il colore diventa consapevolezza di sé, presente come una caratteristica implicita.
Bisogna chiarire , però, che Sailor Moon e Madoka Magica non parlano linguaggi opposti ma sono parte di un codice unico che orientano in direzioni diverse: nel primo caso, il colore costruisce un orizzonte di possibilità, accompagna la crescita delle ragazze sottolineandone le differenze; nel secondo, quello stesso colore viene caricato di una responsabilità ulteriore, diventa il luogo in cui il destino prende forma, lentamente, senza possibilità di appello. Due esiti divergenti, ma una medesima consapevolezza di fondo: che il colore non sia mai decorativo, mai elemento secondario.
Forse è anche per questo che, di fronte a una squadra di ragazze magiche, la scelta della propria guerriera del cuore non è mai davvero casuale. Prima ancora che la storia faccia il suo corso, prima che il carattere di ognuna si riveli del tutto, qualcosa nello sguardo riconosce un’affinità: un colore, una tonalità, una postura visiva che intercetta un punto preciso, che giace dentro di noi.
Un punto in cui il colore diventa una forma di appartenenza.
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