Intervista a Antonietta Pastore
In questa conversazione incontriamo Antonietta Pastore, scrittrice e traduttrice di autori giapponesi. Racconta il suo percorso dall’Italia fino all’esperienza in Giappone; il suo lavoro offre uno sguardo su come sia possibile costruire la propria strada confrontandosi con culture e contesti differenti.
VITTORIA NECCI Che tipo di formazione ha ricevuto e che tipo di consigli ricorda dei suoi insegnanti?
ANTONIETTA PASTORE Ricordo un consiglio che mi è rimasto molto impresso e che mi è stato utilissimo anche nella mia esperienza di insegnamento in Giappone. Durante il primo corso di pedagogia generale, il nostro insegnante, il professor Jean Piaget, ci disse che un docente deve fare lezione per tutti, non solo per i più bravi. Questo mi è rimasto molto chiaro: un buon insegnante deve concentrarsi su tutti gli studenti. È un insegnamento che ho sempre considerato prezioso.
La mia formazione è stata nell’ambito delle scienze umane: psicologia, sociologia. L’indirizzo di Ginevra era molto centrato sulla psicologia, mentre il master che ho fatto alla Sorbona aveva un’impostazione più sociologica.
Aver studiato scienze umane mi ha dato un modo particolare di vedere il mondo: andare sempre a cercare la fonte e creare relazioni tra aspetti diversi della realtà. Territorio, linguaggio, espressione fisica: sono tutti elementi legati tra loro, e comprenderne le interazioni è fondamentale.
Questo criterio mi ha guidato anche nella stesura del mio ultimo libro, in cui parto dal territorio per arrivare a parlare della mentalità e di come si è formata.
VN Quanto le scienze umane l’hanno effettivamente aiutata a superare lo shock vissuto all’inizio del suo percorso in Giappone?
AP Le scienze umane mi hanno aiutata molto, anche nel superare lo shock iniziale. Il Giappone mi ha insegnato, per esempio, il valore relativo della sincerità. Molti stranieri che arrivavano in Giappone accusavano i giapponesi di non essere sinceri. Prendiamo l’esempio dei negozianti: sono sempre tutti estremamente cortesi, e molti parlavano di una “cortesia di facciata”. A me, però, una cortesia di facciata va bene. Perché dovrei pretendere di più, una spontanea simpatia? Quello che chiedo è soprattutto rispetto.
VN Crescere tra due culture le ha insegnato ad adattarsi prima o a interrogarsi su chi fosse davvero? La sua doppia appartenenza l’ha preparata in qualche modo allo spaesamento vissuto una volta arrivata in Giappone?
AP In un certo senso sì. I miei genitori erano siciliani, io sono cresciuta a Torino. Ricordo che, quando ero bambina, nei primi tempi a scuola avevo ancora una s aspra, e per questo i miei compagni mi prendevano un po’ in giro. È stato il mio primo confronto con una forma di discriminazione.
VN Nel libro Il Giappone delle donne lei afferma che è necessario “fare tabula rasa dei preconcetti”. Ma è davvero possibile, o qualche pregiudizio ce lo portiamo comunque sempre dietro?
AP Probabilmente sì. Spesso non ce ne rendiamo neanche conto. È importante sforzarsi di accorgersi di ciò che diamo per scontato: quello che per noi è considerato buon senso, in realtà non lo è necessariamente anche per l’altro.
VN Nel suo libro parla di dicotomia della donna giapponese. Vivendo a lungo in Giappone ha mai sentito questa tensione dentro di sé?
AP Il pericolo c’era, l’ho sempre avvertito. I miei studi mi hanno aiutata a non perdermi, perché è difficile resistere ai taciti inviti della società a comportarsi in un certo modo. Importante è stato trovare il mio equilibrio.
VN Lei racconta quanto l’idea occidentale dell’happy ending — spesso presente nel cinema americano — semplifichi la realtà. Quanto pensa che questi modelli narrativi possano aver avuto un effetto negativo, soprattutto quando parliamo di relazioni, e in particolare di relazioni giapponesi?
AP In Giappone ho imparato il valore della rassegnazione. Come dicono spesso, shikatanai, cioè “non c’è niente da fare”. La rassegnazione ha un valore: aiuta a non cadere nella disperazione ed è compatibile con il godere di ciò che si ha. Rassegnarsi non significa rinunciare; ci si può rassegnare, ma continuare ad andare avanti.
VN Ci sono stati momenti di sconforto che ha vissuto in Giappone? E quanto hanno influito le relazioni nel cercare di barcamenarsi tra sentimenti magari scomodi, ma fondamentali, come la tristezza?
AP Vicino a me, oltre a due amiche — una giapponese e una svizzera — ci sono stati i miei carissimi allievi. A volte venivano a casa mia per un corso di conversazione e mi hanno fatto sentire molto appoggiata, nonostante fossi lontana dai miei affetti in Italia. Di solito sono gli studenti a ricevere supporto dall’insegnante; in questo caso erano loro a sostenermi. Non è successo con tutti, ma alcuni mi sono stati davvero vicini, e questo mi ha dato molta forza.
VN Nei suoi libri si percepisce una sorta di “scalpitare”: un profondo rispetto verso le vite altrui, ma anche un’esigenza interiore di esprimere se stessa. Quanto è stato difficile conciliare queste due dimensioni, vivendo in Giappone?
AP Mi sono confrontata spesso con questo problema. In Giappone c’era un maschilismo evidente, e c’erano alcune cose a cui non sono mai riuscita ad adattarmi. Allo stesso tempo, non volevo mai scandalizzare o provocare, ma far capire che esiste anche un altro modo di vedere le cose. In quei momenti, il rispetto verso gli altri e la mia esigenza interiore dovevano convivere, e imparare a gestire questa tensione è stato parte fondamentale della mia esperienza.
VN In qualità di scrittrice e affermata traduttrice di autori giapponesi, come si è evoluto nel tempo il suo rapporto con Murakami e in che modo la sua esperienza di traduttrice ha influenzato la sua relazione con le sue opere?
AP Il primo libro che tradussi fu L’uccello che girava le viti del mondo per Baldini & Castoldi. Successivamente, Einaudi acquisì l’esclusiva di Murakami, e da quel momento il mio rapporto con la sua opera si è approfondito.
Col tempo mi sono immersa completamente nel suo mondo e quando è venuto ad Alba per ricevere il premio Bottari Lattes, ho avuto l’occasione di conoscerlo personalmente, insieme alla moglie.
Lei, che aveva letto il mio libro Mia amata Yuriko tradotto in giapponese, mi ha scritto una bellissima recensione personale, che è stata per me una grande soddisfazione.
Non ci scriviamo direttamente, ma attraverso la sua assistente. Posso dire che si è consolidato un rapporto di stima reciproca. Recentemente, alcuni riconoscimenti hanno suggellato simbolicamente questo percorso e, in queste occasioni, ho percepito chiaramente il suo apprezzamento per il mio lavoro come traduttrice delle sue opere.
VN Considera la sua collaborazione con Murakami come il culmine della sua carriera, o più come una tappa all’interno di un percorso più ampio?
AP Non vedo punti finali nella mia carriera. Ci saranno momenti importanti, certo, ma non sento il bisogno di fissarli io stessa. La mia attività di traduttrice non si limita a Murakami: sono molto fiera anche delle traduzioni di autori come Natsume Sōseki o Dazai Osamu. Sono scrittori straordinari, con opere di grandissima profondità, e anche Murakami, tra cent’anni, sarà considerato un grande autore, ma non possiamo saperlo adesso.
Che si tratti di narrativa contemporanea o di classici giapponesi, le traduzioni sono sempre sfide complesse, sia per la lingua sia per i temi trattati. Ed è proprio questo che mi rende particolarmente orgogliosa del mio lavoro.
VN Nei suoi lavori emerge spesso il tema del sogno personale, che può scontrarsi con le aspettative familiari. Che consiglio si sente di dare a chi ha una vocazione ma si sente trattenuto dal senso di colpa verso la propria famiglia?
AP Io consiglio sempre di seguire la propria vocazione. La speranza è che anche i genitori possano essere d’accordo e incoraggiare i figli, ma non sempre accade. In questi casi bisogna avere il coraggio di andare avanti comunque e cercare, nel tempo, di far capire il proprio percorso.
Posso parlare per esperienza personale: io stessa, a vent’anni, sono andata a Parigi lasciando la casa dei miei genitori. Provenivo da un contesto molto rigido, e quella scelta è stata per me necessaria per non rinunciare a me stessa.
VN Spesso si parla di sacrificio come di una virtù. Ma nella sua esperienza, chi è davvero chiamato a sacrificarsi quando una persona rinuncia a se stessa per adattarsi alle aspettative altrui?
AP Se non fossi andata via di casa, il sacrificio l’avrei dovuto fare io: avrei dovuto rinunciare a me stessa. In famiglia ero stata incoraggiata negli studi fino alla laurea, ma non era previsto che quel percorso si traducesse in un lavoro, perché non era ammesso che una donna lavorasse. Questa prospettiva per me era insostenibile. Allontanarmi è stato il modo per sottrarmi a un modello che non mi apparteneva.
VN Qual è stata, in quel momento, la spinta decisiva a mettersi in gioco? Qual è stato il suo vero motore?
AP È stata la consapevolezza che, se non fossi partita, avrei perso me stessa. Avevo fiducia in me, ma poco a poco la stavo smarrendo. Sentivo ripetermi che studiare non sarebbe servito a nulla, e questo mi stava paralizzando. A un certo punto ho capito che dovevo fare qualcosa: partire e cercare di ricostruirmi. È quello che ho fatto andando a Parigi, dove ho iniziato da lavori semplici e da una vita molto concreta. Non è stato facile, ma col tempo ho ritrovato un equilibrio. Alla fine posso dire che ne è valsa la pena.
VN La cultura giapponese è molto presente nell’immaginario contemporaneo e spesso viene raccontata attraverso stereotipi. Nel suo lavoro, quali stereotipi ha sentito maggiormente il bisogno di mettere in discussione?
AP Il mio ultimo libro nasce proprio dal desiderio di sfatare una serie di stereotipi sul Giappone. Il più diffuso è quello della serenità: l’idea che i giapponesi siano naturalmente sereni. In realtà spesso sembrano sereni, ma non lo sono affatto; è una società che soffre molto.
Nel libro parlo anche del film di Wim Wenders The Perfect Days, che è un film bellissimo, ma che molti hanno interpretato come rappresentativo della “tipica” serenità giapponese. Non è così: quel personaggio non è affatto esemplare dell’esperienza comune. Il Giappone non è una società serena, è una società educata, in cui c’è un grande rispetto per lo spazio pubblico.
Un altro stereotipo molto duro è quello che descrive i giapponesi come freddi o anaffettivi. È completamente falso: sono persone estremamente sentimentali.
Il Giappone non si può capire in tre settimane o in tre mesi di soggiorno. La retorica della serenità e della seraficità è rassicurante, ma non restituisce la complessità reale di quella società.
VN Che cosa si è portata dentro dal Giappone? Un’abitudine, uno sguardo diverso, qualcosa che ancora oggi la accompagna.
AP Soprattutto alcune abitudini: la precisione, la puntualità, il rispetto dell’altro. Sono aspetti che ho interiorizzato profondamente. Tornando, ho dovuto persino riabituarmi a una certa imprecisione.
In Giappone, per esempio, se scrivo all’assistente di Murakami, ricevo risposta praticamente a giro di posta. È un modo di stare nelle relazioni — anche professionali — che comunica attenzione e rispetto.
Ricevere la testimonianza di Antonietta Pastore significa comprendere come si possa crescere, trovare equilibrio e coltivare la propria voce senza rinunciare a sé stessi. Le sue parole mostrano che seguire la propria vocazione è una scelta complessa, ma autentica e necessaria.
La sua vita è un percorso che parla di coraggio, curiosità e della sfida iniziale di scegliere la propria strada, ma anche della bellezza di ritrovarsi nelle scelte compiute, a prescindere dall’esito. Vedere nelle proprie decisioni la propria voce diventa così un gesto di libertà e, in un certo senso, rivoluzionario.
[Foto fornita da Antonietta Pastore]
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