Un dialogo con Andrea Raos, Direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Osaka
In un’epoca in cui i rapporti internazionali passano sempre più attraverso la cultura, il ruolo degli Istituti Italiani di Cultura diventa centrale. A Osaka, cuore pulsante del Kansai e città che ha accolto l’Expo 2025, questo compito è affidato ad Andrea Raos. Nato a Varese nel 1968, traduttore e studioso della letteratura giapponese, Raos ha costruito un percorso che intreccia ricerca, scrittura e dialogo interculturale.
Alla guida dell’Istituto Italiano di Cultura di Osaka, promuove un’Italia contemporanea, fatta di linguaggi molteplici: dal cinema all’artigianato, dalla musica alla letteratura. Il suo sguardo riflette la convinzione che la cultura non sia mai un semplice strumento di rappresentanza, ma un ponte vivo tra società e persone, capace di rinnovarsi a ogni incontro.
Con lui abbiamo parlato di Expo, di Italia e Giappone, di stereotipi e di sorprese, ma soprattutto della sfida quotidiana di creare occasioni autentiche di dialogo.
SILVIA CARDONI: L’Istituto di Cultura è uno strumento unico di dialogo internazionale. Che ruolo ricopre oggi, in Giappone?
ANDREA RAOS: Gli Istituti di Cultura, circa 80 nel mondo, solo per definizione strumenti di dialogo. Non solo propongono la cultura del nostro Paese, ma la mettono in relazione con quella ospitante. Sono stati concepiti proprio per questo: creare ponti. Il Giappone non è un’eccezione, anzi. L’Italia e il Giappone vivono un rapporto di reciproca fascinazione, e questo offre una posizione privilegiata al nostro lavoro. Oggi più che mai, in un mondo che ha bisogno di dialogo, il ruolo degli Istituti (in Giappone ce ne sono due, a Osaka e Tokyo) è centrale.
SC: L’Expo ha reso evidente questo bisogno di scambio. Qual è stata la sua percezione?
AR: È stato un successo clamoroso, come hanno scritto tutti i giornali. La reazione dei giapponesi al Padiglione Italia è stata straordinaria. L’Expo finirà a ottobre, ma per noi la sfida vera comincia dopo: mantenere viva questa energia nel lungo periodo. L’interesse per l’Italia non è mai scemato, ma si è rinnovato e rafforzato. Sta a noi cavalcare quest’onda e trasformarla in progettualità culturali durature.
SC: In che modo l’artigianato e le arti italiane hanno contribuito a questo successo?
AR: L’artigianato è stato un catalizzatore incredibile. Non solo oggetti, ma persone: artigiani che mostrano il loro lavoro, che raccontano l’Italia attraverso gesti e tradizioni. Questo ha reso l’esperienza viva, coinvolgente, profondamente umana. E accanto a questo c’è stato tutto: musica, teatro, scienza, arti visive. L’Italia si è mostrata nella sua complessità.
SC: Quali progetti dell’Istituto ricorda come particolarmente significativi?
AR: Un esempio è stata la proiezione del film Molecole di Andrea Segre, girato a Venezia durante il lockdown. Abbiamo deciso di sottotitolarlo in giapponese e proporlo come iniziativa dell’Istituto. L’idea era di affiancare l’immagine tradizionale e iconica di Venezia — quella da cartolina, universalmente conosciuta e amata — a un volto inedito della città, sospesa e quasi irreale durante i mesi di chiusura.
La risposta del pubblico giapponese è stata sorprendente: la sala era piena, con code fuori dall’ingresso. Segre non è un regista conosciuto qui, eppure il film ha colpito profondamente. Questo dimostra come in Giappone ci sia un forte interesse per ciò che l’Italia ha da offrire, anche quando si propongono opere meno “standard”, diverse dai canali più prevedibili e più legati all’immagine classica del nostro Paese.
SC: Tra Italia e Giappone esiste un amore reciproco, ma anche un gioco di approssimazioni e stereotipi. Come lo vive nel suo lavoro?
AR: È vero: il dialogo non funziona mai al 100%, ma è proprio in quello spazio imperfetto che nascono le occasioni più stimolanti. Giapponesi e italiani si idealizzano a vicenda, a volte in modo romantico o ingenuo. Ma questo non è un limite: è l’inizio di un percorso. Sta a noi offrire contenuti che vadano oltre gli stereotipi, che mostrino sfumature nuove.
SC: Quali elementi della cultura italiana colpiscono di più i giapponesi?
AR: Direi la creatività, l’elasticità mentale, la capacità di reinventarsi. Naturalmente anche il cibo è un grande ambasciatore, ma c’è di più: un’attitudine alla bellezza che i giapponesi riconoscono subito.
SC: E viceversa: cosa ammira della cultura giapponese?
AR: Senza dubbio l’organizzazione, la precisione, la capacità di dedicarsi con la stessa serietà a ogni compito, piccolo o grande che sia. È una lezione che ammiro molto: concentrazione assoluta, rispetto del dettaglio, costanza.
SC: Quali sono le priorità dell’Istituto per il prossimo futuro?
AR: L’insegnamento della lingua italiana resta il cuore della nostra attività. Studiare una lingua è sempre un atto d’amore, richiede tempo, dedizione, e apre mondi interiori. Per questo i nostri corsi cercano di andare oltre la grammatica: usiamo giornali, programmi televisivi, materiali autentici, per portare i giapponesi dentro la vita quotidiana italiana. Accanto a questo, continueremo con festival di cinema, mostre, concerti. L’obiettivo è offrire un’Italia contemporanea, viva.
SC: Un consiglio a giovani creativi italiani che sognano di lavorare in Giappone?
AR: Non credo si tratti di seguire una ricetta o cercare il “Giappone” che si ha già in mente. La bellezza, prima di tutto, deve nascere dentro di sé, per la propria vita e il proprio percorso. È da lì che può poi diventare un dono anche per gli altri.
Spesso ci si rivolge a un’idea di Giappone che non corrisponde a ciò che si incontrerà davvero. Eppure non è questo l’importante: se c’è un messaggio autentico, qualcosa di vero da comunicare, allora trova la sua strada. La scoperta più significativa non sta nel confermare ciò che si sapeva già, ma nell’aprirsi a ciò che non ci si aspettava.
[Foto fornita dal Direttore Andrea Raos]
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