19 Luglio 2026

Elena Damiano

Elena Damiano

Laureata in letteratura italiana e specializzata in cinema a Napoli con il produttore Nicola Giuliano, ha lavorato come autrice e sceneggiatrice nonché nell’ambito della comunicazione per realtà come Casa Sanremo. I suoi due grandi sogni sono andare a vivere in Giappone e scrivere un romanzo suo, meraviglioso e indimenticabile. Intanto, nutre questi sogni leggendo e consigliando  libri bellissimi come libraia. Nutre una passione viscerale per le belle Storie: le scrive, le legge, le guarda, le gioca.

L’eco di una stessa sensibilità

Un viale di ciliegi in fiore non è mai lo stesso due volte e questa, per i poeti giapponesi, è una verità universalmente riconosciuta. C’è un sentimento sottile e penetrante che si annida nel cuore della sensibilità nipponica, una consapevolezza che nasce proprio dall’osservare gli alberi di sakura tingersi di rosa in primavera. È quella intuizione che ogni forma di bellezza sia destinata a dissolversi e che, proprio tale caducità, sia la caratteristica che riesce a renderla così intensamente viva. È lo sguardo che sa vedere alla fine una forma compiuta di pienezza.

Nel sakura, fiore simbolo della primavera giapponese, questa visione si manifesta in modo esemplare: il ciliegio si apre lentamente, con grazia, quasi a misurare ogni gesto. I giorni di massima bellezza durano poco, poi i petali cominceranno a staccarsi e a cadere. Il tappeto che lasciano a terra non è un addio, ma un culmine.

Come frammenti di una scrittura naturale, i sakura hanno suggerito ai poeti parole che invitano al sogno ma anche a una riflessione profonda sulla transitorietà della vita. Non sono lettere incise, ma segni effimeri, calligrafie che nascono già destinate a svanire ma che, nonostante ciò, riescono a raccontare l’essenza di un momento inafferrabile e fragile. Questa fragilità espressa dai fiori di ciliegio si concretizza nella logica stessa dell’haiku, poesia che vive di sottrazione.

Diciassette sillabe. Un istante. Un battito. Matsuo Bashō, nel XVII secolo, scriveva:

Hana no kumo
kane wa Ueno ka
Asakusa ka

Nube di fiori / la campana suona / è di Ueno o Asakusa?

Un racconto brevissimo, un attimo che è già passato nel momento in cui lo si legge eppure dalla durata potenzialmente eterna. La visione di Bashō è chiara: Tokyo si stende sotto i ciliegi, le chiome rosa che diventano nuvole cariche di presagi. E, ancora, i sensi che si mischiano, si confondono. Suono e vista. Non è un paesaggio ma un’eco: un pensiero che non ha parole, ma che si fa carne. È il riassunto perfetto di quella filosofia dell’haiku, che ci invita a vedere e a sentire tutto. Il petalo che cade è l’attimo che, senza avvertirci, sfugge via come un suono di campane lontano.

Un’altra visione particolarmente affascinante ed efficace ci viene restituita da Kobayashi Issa, che, quasi un secolo dopo, scriveva:

miren naku
chiru mo sakura
kana

Senza rimpianti / cadono e si disperdono / i fiori di ciliegio.

Nonostante il tempo che divide i due poeti, anche qui vediamo come sia la consapevolezza che ogni bellezza si compie nell’atto di svanire a emergere con forza, eppure l’invito è quello ad immergersi in essa, a viverla fino all’inevitabile appassire. Questo rende ancora più stretto il legame tra natura e vita, tra filosofia e paesaggio, a prescindere dai confini temporali.

Basta pensare che già ben prima di Kobayashi Issa e Matsuo Bashō, Saigyō, il monaco poeta del XII secolo, trovava nei ciliegi l’immagine perfetta della tensione tra fragilità e desiderio di permanenza:

Negawaku wa
hana no moto nite
haru shinan
sono kisaragi no
mochizuki no koro

Vorrei morire in primavera / sotto il ciliegio in fiore / in quel periodo del secondo mese / quando la luna è piena.

È in questa brevissima parabola, tra attesa e dissolvimento, che si rivela un altro concetto importantissimo, quello del mujō, l’impermanenza. Un principio che attraversa il pensiero buddhista e l’arte giapponese in ogni sua forma, dall’haiku fino alla cerimonia del tè: è accettare che tutto sia transitorio non per rassegnarsi, ma per imparare a sentire più a fondo.

In Giappone, contemplare i ciliegi in fiore non è solo un rituale stagionale: è un invito a riscrivere il proprio rapporto con il tempo, con la memoria e con l’attaccamento. Non si celebra ciò che dura, ma ciò che, passando, resta inciso nel cuore. Si può pensare alla fioritura dei ciliegi come uno dei momenti in cui quel dialogo naturale tra uomo e ambiente raggiunge l’apoteosi: un attimo perfetto in cui un piccolo fiore rosa si fa portatore di significati molteplici, di sentimenti segreti di cui sarebbe difficile parlare senza il supporto del suo simbolismo.

Il popolo giapponese, nella propria sensibilità, ha sempre accolto e sublimato questo ruolo della natura in quanto tramite tra vita e morte, caducità e pienezza; basti solo pensare al carattere celebrativo che ha ormai assunto il rito dell’hanami che ogni anno, tra cibo e poesia improvvisata, riunisce ai piedi dei ciliegi in fiore un numero incredibile di persone.

Questo leggere la natura come un linguaggio liminale, di confine tra il concreto e l’invisibile, è un elemento che in realtà rappresenta un filo rosso ideale tra la tradizione poetica nipponica e quella italiana: tantissimi poeti hanno preso in prestito le voci della nostra flora, delle nuvole, la luce dei pianeti. Tantissimi ne hanno ascoltato le storie ed hanno inteso che parlavano di loro più di quanto non si aspettassero. Quando la natura parla, la bellezza non è un’apparenza, ma una lingua da decifrare.

Petrarca, nel suo Canzoniere (C. 35), cammina per i campi solitari di Valchiusa, e nel silenzio che li avvolge risuona in lui la stessa solitudine:

Solo et pensoso i più deserti campi
vo mesurando a passi tardi e lenti…

Qui, la natura non è solo ciò che vediamo, è un riflesso di ciò che siamo. Il paesaggio si fa specchio, diventa parola e silenzio insieme, una lingua che riesce a descrivere in poche parole un senso di abbandono profondo. I campi di Petrarca sono “i più diserti” ed il lettore riesce, proprio attraverso la loro presenza, ad avvertire la fatica dell’uomo che si ritrova ad affrontare i propri dubbi immerso nel silenzio della solitudine.

Più tardi sarà un altro poeta, Giacomo Leopardi, a scoprire, scorgendo il panorama oltre una siepe sui colli di Recanati, che la natura è anche capace di spronare a guardare oltre se stessi e andare al di là dei propri limiti:

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.

La siepe non è un limite. È la soglia che ci invita a oltrepassare, a cercare, a scoprire. La natura è spazio da abitare, sì… ma anche una voce a cui prestare ascolto.

E poi c’è Pascoli, il poeta delle myricae, le piccole cose, i pezzetti minuscoli che formano il mosaico del mondo semplice e minuto della natura: uccellini, piante, odori delicati e, ovviamente, fiori. Come per la poetica del sakura, anche in Pascoli ritroviamo la corrispondenza tra vita e morte proprio nella presenza floreale. In questo senso, un manifesto di questo tipo di legame può essere certamente l’evocativa poesia Il gelsomino notturno, in cui questo fiore misterioso, che si schiude nella notte, si fa messaggero di un’infinità di significati.

e s’aprono i fiori notturni,
nell’ora che penso ai miei cari

Nella notte dominata dai ricordi del poeta si è appena conclusa la festa di nozze di un suo amico: gli sposi si preparano a passare la prima notte insieme per costruire una famiglia. Al mattino, quando i gelsomini si saranno richiusi dopo aver esalato il loro profumo, saranno pregni di non so che felicità nuova. Eros e Thanatos, amore e morte. Come il sakura, il gelsomino notturno parla dopo aver completato la sua parabola, facendo dell’impermanenza la sua bellezza.

C’è un incontro profondo tra Giappone e Italia in questa lezione della natura. Da un lato i ciliegi, dall’altro i colli, i campi, i paesaggi italiani. Luoghi che non sono solo il contorno della nostra vita, ma che diventano scritture, testi che leggiamo insieme a tutto ciò che ci circonda. Testi ideali in cui regna una consapevolezza: tutto cambia, tutto ha una fine, ma è proprio in questo che sta la bellezza. Il mondo si riscrive in continuazione e noi siamo parte di questo continuo rinnovarsi.

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SAKURA SAKU CREDIT Museum of East Asian Art photos_ © Museum of East Asian Art
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