Quando si parla di donne guerriere nella storia giapponese, nomi come Tomoe Gozen o Nakano Takeko dominano l’immaginario. Ma tra le pieghe meno conosciute dell’epoca Edo, si cela la figura altrettanto affascinante di Sasaki Rui (佐々木 累): una donna che, in un’epoca di pace imposta, scelse la via della spada, del dojo e… del travestimento maschile.
Le origini di una spadaccina
Di Sasaki Rui conosciamo sorprendentemente poco: né la data di nascita, né quella di morte sono giunte fino a noi. Ciò che sappiamo è che nacque nella regione corrispondente all’odierna prefettura di Ibaraki, nel dominio di Koga (Shimōsa), figlia di Sasaki Budayu (o Uōto), maestro d’armi al servizio di Doi Toshikatsu, consigliere dello shogun Tokugawa Hidetada.
Rui, unica figlia, fu educata sin da bambina non solo nelle arti femminili dell’epoca – etichetta, gestione domestica, cultura – ma anche nelle discipline marziali più rigorose: kenjutsu tradizionale, tecniche di sekiguchi-ryu, un’arte che fondeva combattimento corpo a corpo, estrazioni rapide della spada e altre tecniche letali.
Una donna “degna del nome Sasaki”
In quanto figlia di un samurai di rilievo, Rui era una candidata ambita al matrimonio. Eppure rifiutò ripetutamente ogni proposta, sostenendo – insieme al padre – che avrebbe sposato solo un uomo degno di portare avanti il nome dei Sasaki.
La morte improvvisa di suo padre spezzò però questo equilibrio. In pieno periodo Edo, le regole di successione divennero più rigide: a differenza dell’era Sengoku, quando figure come Ii Naotora poterono guidare clan anche in assenza di eredi maschi, Rui non poteva legalmente mantenere il nome di famiglia senza sposarsi.
Samurai in seta nera
Fu così che Rui si trasferì a Edo (l’odierna Tokyo), aprendo un dojo ad Asakusa, dove insegnava kenjutsu e altre arti marziali. Ma ciò che la rese celebre fu anche il suo aspetto. All’esterno, Sasaki Rui si muoveva per la città vestita con un haori nero di seta crêpe, ornato del mon (stemma) di famiglia, due spade da samurai alla cintura, e spesso un kogai – un accessorio sia da acconciatura sia da arma improvvisata – fra i capelli.
Non era solo travestimento: Rui dichiarò esplicitamente alle autorità di Edo di vestirsi da uomo per attrarre uno sposo degno del blasone Sasaki. Eppure, dietro questa spiegazione quasi “conveniente”, si intravede una personalità libera, forse ribelle, sicuramente decisa a sfidare i limiti imposti dal suo genere.
Guerriera contro i kabukimono
Il Giappone del primo Edo viveva una pace relativa, ma non priva di tensioni sociali. Senza guerre da combattere, molti samurai disoccupati – ronin o giovani hatamoto – finirono per formare bande violente chiamate kabukimono o hatamoto-yakko. Vestivano in modo stravagante, a volte addirittura in kimono femminili, e seminavano il terrore fra la popolazione con estorsioni, aggressioni e omicidi.
Rui non restò a guardare. Secondo le cronache, affrontò queste bande per le strade di Edo, scontrandosi anche con gruppi come gli Shiratsuka-gumi, noti per il loro abbigliamento completamente bianco. Una donna che combatteva gangster travestiti, travestita a sua volta da uomo: un perfetto esempio di quanto la realtà possa superare la fiction nella storia giapponese.
Il confronto con le autorità
Non sorprende che le sue gesta e il suo aspetto la portassero davanti ai machi-bugyō, i magistrati di Edo. Ishigaya Sadakiyo, commissario del distretto nord della città, la convocò per interrogarla sul suo comportamento “poco consono” al rango di figlia di samurai. Anche il commissario Kano Motokatsu del distretto sud fu coinvolto nella vicenda.
Alla fine, grazie alla sua fama crescente come maestra di spada e alla protezione della famiglia Doi, Rui riuscì a evitare sanzioni. Fu proprio un esponente dei Doi a organizzarle un matrimonio: sposò Kosugi Konoshikono, secondogenito di un vassallo dei Doi, salvando così il nome e i possedimenti della famiglia Sasaki.
Dopo questo matrimonio, le cronache tacciono. Non conosciamo né la sua età alla morte, né il luogo o l’anno della sua scomparsa.
Sasaki Rui nella cultura pop
La storia di Sasaki Rui non è passata del tutto inosservata. Lo scrittore Shōtarō Ikenami, nel 1969, la inserì come protagonista nel racconto breve Myōonki, e nel romanzo del 1972 Kenkaku Shōbai fece comparire un personaggio femminile di nome Sasaki Saitō, anch’esso maestro di spada sotto mentite spoglie maschili, ispirato proprio a Rui.
Riflessione: icona di libertà o dovere?
La figura di Sasaki Rui è affascinante perché sospesa tra due mondi. Da un lato, la donna devota al dovere, al nome di famiglia, determinata a salvare la linea di sangue dei Sasaki. Dall’altro, la guerriera libera, la spadaccina che sfida le convenzioni vestendosi da uomo e affrontando bande di violenti in una capitale sempre più complessa.
Era davvero “solo” una donna in cerca di marito, come sostenne davanti ai magistrati? O la sua scelta di vivere e combattere come un samurai rappresentò un gesto di libertà personale in un’epoca che confinava le donne al ruolo di mogli e madri?
Oggi, Sasaki Rui emerge come una figura simbolica: una donna capace di usare la spada tanto quanto la propria intelligenza per muoversi in un mondo rigidamente codificato, lasciando dietro di sé un’eco leggendaria, pur se offuscata dal tempo.
In un Giappone che, almeno ufficialmente, predicava pace e stabilità, Rui ci ricorda che dietro le parvenze di ordine si agitavano vite fuori dal comune — spesso più eroiche e romanzesche di qualsiasi storia kabuki.
[Foto ritraente una ukiyo-e di una donna guerriera. Fonte: Artelino.com]
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