Ci sono profumi capaci di attraversare le stagioni e risvegliare ricordi semplici e profondamente radicati: una strada affollata, il rumore della piastra, l’attesa davanti a un banco. È l’aroma del taiyaki – croccante fuori, morbido dentro, ripieno di anko e caldo quanto basta per riscaldare l’anima, in ogni momento dell’anno.
Con la sua inconfondibile forma di orata rossa (tai, 鯛), simbolo giapponese di fortuna e prosperità, il taiyaki è uno degli street food più iconici del paese. Ma dietro la sua dolcezza si cela una storia affascinante che attraversa più di un secolo, tra ingegno, dedizione artigianale e sogni di felicità alla portata di tutti.
Un’idea nata dal fallimento
La storia del taiyaki inizia nel 1909, in un negozio di Tokyo chiamato Naniwaya Sōhonten. Il suo fondatore, Seijirō Kanbe (o Kobe), originario di Osaka, aveva aperto con il fratello una bottega specializzata in imagawayaki — pancake spessi e rotondi ripieni di pasta di fagioli rossi.
Ma gli affari non andavano bene. Per attirare clienti, Seijirō iniziò a sperimentare forme diverse: tartarughe, dirigibili, ma nulla sembrava funzionare… finché non provò con il tai. Quella semplice intuizione cambiò tutto.
Il tai era un pesce pregiato, accessibile solo alle classi alte o durante le festività. Riprodurne la forma in un dolce significava portare un simbolo di buona sorte alla portata della gente comune. Il taiyaki, insomma, nacque come gesto di democratizzazione del lusso.
Un’eredità che dura generazioni
La formula ebbe successo immediato. Il negozio si espanse rapidamente, aprendo circa 150 sedi in tutta Tokyo. Ma il vero boom arrivò nel 1975, grazie alla canzone per bambini Oyoge! Taiyaki-kun (Nuota, piccolo taiyaki!), che raccontava la storia di un taiyaki che fugge da una bancarella per cercare la libertà. Il brano divenne il singolo più venduto del decennio in Giappone, e immortalò nella cultura popolare la figura del taiyaki-ya, il venditore del quartiere.
Oggi, il negozio originale di Azabu-Jūban è gestito dalla quarta generazione della famiglia Kanbe, e continua a produrre taiyaki secondo l’antico metodo artigianale icchō-yaki: ogni pezzo è cotto individualmente con una pinza-matrice in ghisa, senza lievito, con pastella mescolata a mano e ripiena di anko preparato in otto ore, usando azuki di Tokachi (Hokkaidō). Una pratica che richiede anni di perfezionamento e una sensibilità quasi musicale per temperatura, umidità e qualità dei fagioli.
Dolce, ma non solo
Sebbene la versione classica del taiyaki preveda un ripieno dolce – anko, crema, cioccolato – oggi esistono varianti salate con okonomiyaki, formaggio, salsiccia o persino gyoza. Esistono anche mini-versioni, chiamate kingyoyaki (pesciolino rosso), vendute in sacchetti multipli durante le fiere.
All’estero, il taiyaki ha avuto una seconda vita: in Corea del Sud è diventato bungeoppang, uno snack invernale molto popolare. A New York ha spopolato nel 2016 nella versione “taiyaki-cono”, con gelato soft servito nel guscio caldo del dolce.
E se pensate che sia solo una questione di forma, sappiate che in Giappone esiste un dibattito eterno su da che parte iniziare a morderlo: dalla testa (ottimisti, impulsivi) o dalla coda (riflessivi, sensibili)? Nessuna risposta è definitiva, ma tutti concordano su una cosa: il taiyaki fa sorridere.
Tradizione viva, mai artefatta
Il taiyaki non è un dolce “bello”. Quello vero ha bordi bruciacchiati, ripieno che fuoriesce e imperfezioni artigianali. Ma è proprio questo il suo fascino. Come dice Masamori Kanbe: “È un dolce per la gente, senza pretese. Alcuni clienti sono bambini che venivano con i genitori e oggi portano i loro figli. Tre generazioni cresciute con lo stesso sapore.”
In un’epoca di tendenze culinarie effimere e dessert da fotografare più che gustare, il taiyaki resta un simbolo di continuità e autenticità. Una pausa dolce dal tempo che corre, da gustare per strada o da scaldare nel tostapane, magari con un bicchiere di latte.
[Fonte foto: Norecipes.com]
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