Non c’è posto al mondo che io ami più della cucina.
Non importa dove si trova, com’è fatta: purché sia una cucina, un posto dove si fa da mangiare, io sto bene […] Siamo rimaste solo io e la cucina. Mi sembra un po’ meglio che pensare che sono rimasta proprio sola.
La cucina come rifugio e spazio di elaborazione
L’opera di Banana Yoshimoto Kitchen si apre con il flusso di pensieri della protagonista MikageKushirai, distesa sul pavimento della cucina, che sente il suo mondo sgretolarsi a seguito della morte della nonna. Leggendo il libro, è possibile osservare come quell’angolo della casa sia, per lei, il luogo di elaborazione del lutto, dove il dolore viene metabolizzato e trasformato in qualcosa di generativo. Uno spazio intimo, di raccoglimento familiare, ma che in passato è stato anche una zona di isolamento e dovere. “Quell’estate mi ero dedicata a studiare da sola l’arte di cucinare […] la sensazione che le cellule del mio cervello si moltiplicassero è difficile da dimenticare”. Mikagesceglie consapevolmente di lavorare in cucina, ma se oggi è diventata una scelta consapevole, in passato non è stato così.
L’Autonomia frenata dal sistema
Sekiguchi Ryōko, poetessa e traduttrice residente in Francia, è una delle voci più raffinate del panorama giornalistico gastronomico, insignita del titolo di Cavaliere dell’Ordine delle Arti e delle Lettere della Repubblica Francese. Nel capitolo Le donne del fai da te (pubblicato nel volume Giappone. The Passenger – Esploratori del mondo, Iperborea, 2018), osserva come, durante il periodo Shōwa (l’era dell’imperatore Hirohito, dal 1926 al 1989), le donne giapponesi, per sopravvivere alla guerra, svolgessero le attività più disparate: coltivare la terra, fabbricare oggetti di uso quotidiano… L’autrice racconta che sua madre faceva parte della generazione successiva, in cui il ruolo delle donne era nuovamente cambiato, ma ancora legato principalmente ad attività manuali come il cucito, l’ikebana, le creazioni di carta e, naturalmente, la cura dei figli, della casa e del marito. Verso la seconda metà degli anni Settanta, cominciò a dedicarsi alla cucina, tenendo piccoli corsi per donne in età da matrimonio o già sposate. Ben presto si trasformarono in vere e proprie lezioni private a casa, fino all’avvio di un’attività di caffetteria e consulenza per la creazione di menu per i bed & breakfast. Era l’inizio di un’attività indipendente che purtroppo durò poco: quando il progetto iniziò a prendere forma, arrivò lo stop da parte del marito. Fu il padre a interrompere l’espansione delle attività imprenditoriali della madre:«In Giappone, quando uno dei due coniugi è precario o lavora part-time, viene ritenuto un familiare a carico. Con uno stipendio superiore a 1.200.000 yen all’anno […] non si è più ritenuti a carico e si pagano più tasse. Per questo molte donne, anche se lavorano, preferiscono non superare quella cifra e scelgono il part-time». Il dato, pur comparendo nel volume Giappone. The Passenger – Esploratori del mondo, edito nel 2018, evidenzia una dinamica che, nonostante alcuni interventi normativi, continua a restare al centro del dibattito sull’occupazione femminile in Giappone.
Una questione ancora aperta
Il discorso della parità di genere in Giappone è stato analizzato anche dall’OCSE. Nel report del 2023 emerge come:«Sebbene rappresentino meno della metà dei dipendenti del settore pubblico, le donne giapponesi hanno la rappresentanza più bassa tra le posizioni di leadership pubblica nell’OCSE e la quota più bassa di seggi […] Lo stesso vale per la quota di donne tra i dirigenti del settore privato […] con circa il 22%, il divario retributivo di genere per i lavoratori a tempo pieno».Negli ultimi anni, tuttavia, alcuni dati suggeriscono un leggero miglioramento. Secondo Japan Times, il governo giapponese ha rivisto il piano per l’uguaglianza, e recenti rilevazioni mostrano che la percentuale di dirigenti donne nelle società quotate è salita al 13,4%.Ciononostante, circa il 10% delle aziende non include ancora alcuna figura femminile nei vertici, a conferma di un cambiamento in atto ma ancora lento.
Protagoniste contemporanee della cucina giapponese
Nonostante il gender gap, è curioso osservare come la cucina, da sempre spazio associato al confinamento domestico femminile, sia stata per lungo tempo inaccessibile nei suoi livelli più alti.
Oggi, però, sta diventando per molte donne un luogo di rinascita (come per Mikage, la protagonista del romanzo di Banana Yoshimoto), ma anche di affermazione e rivincita. La cucina è oggi una scelta che richiede creatività e dedizione: uno spazio dove molte donne giapponesi stanno affermando la propria visione. Tra queste troviamo:
• Chizuko Kimura: ex guida turistica, ha iniziato a cucinare accanto al marito nel ristorante Sushi Shunei a Parigi. Dopo la sua scomparsa, ha portato avanti il sogno comune, diventando nel 2025 la prima donna sushi chef al mondo a ricevere una stella Michelin. La sua storia è oggi simbolo di eredità, coraggio e rottura dei ruoli tradizionali.
• Natsuko Shoji: vincitrice del premio Asia’s Best Female Chef 2022 per il suo laboratorio-cake bar Été a Tokyo, famosa per l’estetica couture dei dolci e la fusione tra moda e cucina.
• Mei Kogo: chef sushi e sommelier, ha aperto Sushi Meino e nel 2024 ha ricevuto il premio New Entry ai Best Chef Awards.
• Yuko Suzuki: autodidatta, offre omakase innovativo in shared kitchen, sfidando un settore che raramente accoglie donne in formazione.
La strada verso l’emancipazione femminile nel mondo della ristorazione (e non solo) è ancora lunga in Giappone come altrove ma osservando questi moti silenziosi che nascono in spazi a noi familiari come la cucina, si coglie come anche i luoghi un tempo marginalizzati possano diventare terreno di riscatto, espressione e sogno. Che si tratti di sushi o di vita, lì alcune donne hanno trovato il modo di far sentire la propria voce a volte sgomitando, a volte creando lo spazio proprio dove prima non esisteva.
Di Vittoria Necci
[Immagine creata con l’AI]
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