Tra Sicilia e Giappone, i “Grani di Pace” de Il Made il Sicily, Domenico Boscia e Aya, artista di kintsugi
Quando Giovanni Callea, fondatore insieme a Davide Morici de Il Made in Sicily, parla di pace, non cita slogan. Parla di mani, di piatti rotti, di ceramica e di oro. Parla di persone attorno a un tavolo – siciliani, giapponesi, visitatori di passaggio all’Expo – che accettano di non sapere esattamente che forma avrà la bellezza che stanno costruendo insieme.
È da questa incertezza fremente di possibilità, che prende forma Grani di Pace, un’opera collettiva che collega Palermo al Giappone, la tradizione siciliana della ceramica alla pratica giapponese del kintsugi (金継ぎ), dove la riparazione diventa trasformazione.
Un disegno, mille chicchi
L’opera prende forma all’Expo, all’interno del Padiglione Italia, nella settimana dedicata alla Sicilia. Giovanni e il suo team partono dalla tradizione giapponese delle mille gru e dalla storia di Sadako, la bambina di Hiroshima che cercò di piegarne mille per poter guarire.
«Abbiamo deciso di rappresentare questa storia su una grande lastra di ceramica» racconta Giovanni. «Un disegno che richiama le gru e Hiroshima, ma che potesse essere completato da chi passava di lì.»
La lastra non è pensata come un oggetto finito, ma come una matrice. A quasi mille persone tra i visitatori del Padiglione Italia viene consegnato un piccolo chicco di ceramica, modellato come un chicco di riso: ognuno è invitato a inserirlo in una forma prestabilita, ricostruendo, grano dopo grano, l’immagine.
Il gesto è semplice, quasi infantile. Mettere un pezzetto al proprio posto. Eppure, nel flusso di persone in coda – ore di attesa, una curiosità gentile negli occhi – quel gesto diventa una dichiarazione: la pace, qui, non è raccontata, è praticata, anche solo per qualche secondo.
«Mentre i visitatori disponevano i chicchi, noi eravamo lì davanti, stupiti» ricorda Giovanni. «Vedevi lo stupore, l’attenzione, la concentrazione. Ognuno metteva il suo pezzo e poi faceva un passo indietro a guardare la figura che si costruiva.»
Alla fine dell’Expo, Grani di Pace non è un’opera autoriale nel senso classico: è il risultato del passaggio di 999 persone, più un ultimo gesto finale ancora da compiere.
Dalla Sicilia al Giappone (e ritorno): entra in scena Aya
Terminato il tempo dell’Expo, l’opera torna in Sicilia. È lì che entra in scena Aya, giovane artista giapponese specializzata in kintsugi, con cui Giovanni e il team de Il Made in Sicily hanno intrecciato una collaborazione sempre più profonda.
Aya arriva in Sicilia in ottobre. Non trova un vaso rotto da riparare, come la tradizione del kintsugi prevede, ma un grande pannello di ceramica, già completo, simbolo di un’azione collettiva che unisce il Giappone all’Italia.
«Noi abbiamo fatto qualcosa di molto poco ortodosso» sorride Giovanni. «L’opera, arrivata in Sicilia, non era spezzata; ma i chicchi, separati tra loro, sono uniti nello spazio dalle linee dorate del kintsugi tracciate da Aya per colmare la distanza che li separa.»
Sulla superficie della ceramica, l’oro del kintsugi non ricuce un oggetto del quotidiano, ma rende visibile il legame tra centinaia di mani sconosciute. I chicchi sono uniti sia dalla cristallina della ceramica italiana sia da una linea d’oro che arriva dal Giappone. È un filo che attraversa il mondo.
«In qualche modo» dice ancora Giovanni «quelle linee rappresentano l’idea che le fratture, quando vengono curate, possono generare una forma di unione ancora più forte. La pace non è l’assenza di rotture, ma il lavoro che facciamo dopo.»
Il millesimo chicco: lasciare che sia l’altro a decidere la fine
C’è un dettaglio che Giovanni sottolinea più volte: l’ultimo chicco, quello che avrebbe completato l’opera. Non voleva essere lui a inserirlo. Né Davide Morici, che istintivamente lo avrebbe collocato al centro della composizione. Per coerenza con lo spirito del progetto, quel gesto finale doveva essere affidato a qualcun altro: qualcuno esterno, capace di dare un significato nuovo a ciò che stava per compiersi.
È così che entra nella storia l’arcivescovo di Palermo, monsignor Corrado Lorefice. Quando il team contatta il suo ufficio, la risposta iniziale è prudente: l’arcivescovo raramente concede incontri al di fuori dei suoi doveri istituzionali, e far coincidere gli impegni sembra quasi impossibile.
Eppure, quando ascolta il racconto dell’opera, della sua nascita collettiva e del legame simbolico tra Sicilia e Giappone, Lorefice decide di incontrare il gruppo. Un appuntamento programmato per quindici minuti si trasforma in un dialogo di oltre un’ora: «si era creata una energia bellissima», ricorda Giovanni, «qualcosa che andava oltre l’opera in sé».
Il millesimo chicco, dorato e scolpito con una piccola gru al suo interno, è nelle mani dell’arcivescovo. Non lo posa al centro, come in molti avrebbero fatto, ma accanto a una delle linee di kintsugi tracciate da Aya: “come un piccolo gesto riparatore”.
In quel gesto si condensa il senso dell’intero progetto: accettare che la fine non appartenga a chi ha iniziato l’opera, ma a chi arriva dopo, portando il proprio sguardo e il proprio modo di ricomporre ciò che è stato costruito insieme.
Piastrelle spezzate: il coraggio di lasciare andare e di fidarsi dell’altro
La collaborazione con Aya apre presto un nuovo capitolo. Per un’opera successiva, il team de Il Made in Sicily coinvolge diversi artisti siciliani, chiedendo loro di realizzare una serie di maioliche. Fin qui, tutto è semplice. La vera sfida arriva dopo: quelle stesse maioliche devono essere rotte.
Per molti di loro è un passaggio quasi inconcepibile.
«Un artista pensa una maiolica per essere perfetta» racconta Giovanni. «Non per romperla subito dopo.»
Eppure, è proprio questo il punto: accettare che la bellezza non sia l’obiettivo finale, ma l’inizio di un processo. Rompere la maiolica significa abbandonare la propria idea originaria di forma, di armonia, di bellezza per lasciare spazio a qualcos’altro, o meglio, a qualcun altro, e creare – unendo i propri punti di vista – qualcosa di nuovo.
Dall’altra parte, anche Aya è chiamata a un salto: nel kintsugi tradizionale non si riparano oggetti spezzati volontariamente. È una frattura che la sua scuola non contempla.
E tuttavia accetta, e va oltre. Non ricompone la forma originaria, ma mescola i pezzi, li sposta, li mette in relazione in modo nuovo.
Ed è qui che questa storia riprende il filo rosso iniziato con Grani di Pace:
Il senso dell’opera, da quel momento, non appartiene più a chi l’ha immaginata. È condiviso, discusso, spostato. Grani di Pace mette alla prova uno dei tabù più sottili del mondo dell’arte: accettare che qualcun altro possa intervenire sulla propria idea di bello, spostandola altrove.
Il progetto delle maioliche diventa così la sua naturale continuazione: un esercizio radicale di apertura, in cui l’opera diventa davvero un luogo comune, un territorio attraversato da più sguardi, più mani, più culture.
Kintsugi: dalla frattura accidentale alla scelta di rompere
Il primo incontro tra Giovanni e Aya nasce quasi per caso, ma con una serie di segni che sembrano spingerli l’uno verso l’altra.
Durante il tour mondiale dell’Amerigo Vespucci, il team de Il Made in Sicily incontra il capitano della nave per un’intervista. Parlando di resilienza e della capacità di superare gli ostacoli, il capitano cita il kintsugi, evocando l’idea che nelle crepe — nelle ferite della vita — possa nascondersi una forma di forza nuova.
Sapendo che la nave avrebbe fatto tappa a Tokyo, Giovanni e il suo team decidono di portare con sé due piatti in ceramica raffiguranti il Vespucci. L’idea — simbolica e forte — era quella di romperli e affidarli al kintsugi, come omaggio alle parole del capitano.
Così contattano per la prima volta lo studio di Aya, chiedendole se fosse possibile intervenire sui piatti.
La risposta li sorprende: “Il kintsugi ripara solo ciò che si rompe accidentalmente”.
Non si interviene su una frattura voluta, perché nella filosofia del kintsugi la ferita imprevista non si cancella: si accoglie e si trasforma in qualcosa di prezioso.
Anche i colleghi di Giovanni esitano: non volevano rompere i piatti che avevano appena creato. Ma il destino sembra voler sciogliere il dubbio al posto loro. Durante il viaggio verso Tokyo, entrambi i piatti si rompono davvero, senza alcuna intenzione. È così che Giovanni e il team decidono di portare i frammenti ad Aya.
Il primo incontro nel suo studio dura molto più del previsto. Parlano della nave, della Sicilia, del Giappone, della frattura e della riparazione. Ed è in quella conversazione che Giovanni formula una domanda che colpisce Aya: «Se la ferita inattesa può trasformarci, perché non possiamo anche scegliere noi quando è il momento di cambiare forma?»
Una domanda semplice ma radicale, che mette in luce una differenza profonda tra le loro culture: in Giappone, il kintsugi nasce come gesto di cura verso ciò che si rompe da sé; in Sicilia, e in Italia in generale, Giovanni vede nella trasformazione volontaria un atto altrettanto potente.
È il punto da cui prenderà forma tutta la loro collaborazione.
La testa di Moro: il primo vero esperimento di trasformazione
Quella domanda — possiamo scegliere quando trasformarci? — non rimane teorica.
Giovanni parla ad Aya di un altro oggetto: una testa di Moro in ceramica, rotta durante un’esposizione dedicata proprio all’Amerigo Vespucci. A differenza dei piatti del capitano, quella frattura non aveva nulla di “poetico”: era semplicemente un incidente di percorso, un danno a un’opera preziosa.
Giovanni le chiede se sia possibile ripararla.
Aya esita. La testa è complessa, la frattura irregolare, e il lavoro richiesto è enorme. Inoltre — le ricorda il suo maestro giapponese — il kintsugi, nella sua forma più ortodossa, richiede un’adesione rigorosa alla tecnica e alla filosofia che la sostengono.
Non si improvvisa. E non si concede a chiunque.
Ma qualcosa di quel dialogo con Giovanni la smuove.
Forse la loro conversazione sulla trasformazione scelta, forse il legame inatteso che si crea in poche ore, forse il fatto che quella frattura, seppure accidentale, sembrava chiedere una nuova storia.
Aya decide di accettare.
Il lavoro durerà mesi, molto più del previsto. Quando finalmente la testa di Moro viene restituita, la sua superficie ha acquisito un’eleganza nuova: le linee d’oro seguono le crepe senza mai nasconderle, come a tracciare una mappa luminosa in cui il tesoro segnato è il percorso stesso.
È un oggetto unico — irripetibile — e per questo richiesto anche come pezzo da esposizione.
Ma, soprattutto, è la prima opera condivisa tra Il Made in Sicily e Aya: il punto in cui due culture lontane iniziano a cucirsi insieme e a trasformarsi l’una attraverso l’altra.
Giappone e Sicilia: due isole, una stessa ostinazione
Nelle parole di Giovanni, il Giappone non è un altrove esotico, ma un interlocutore naturale per la Sicilia.
«Giappone e Sicilia, e più in generale Italia e Giappone, hanno punti di contatto incredibili» dice. «Sono lontanissimi geograficamente, ma condividono l’amore per le radici, per le tradizioni, per ciò che costituisce l’identità. E i giapponesi hanno un rispetto profondo anche per l’identità degli altri.»
Questo dialogo si è tradotto in diversi progetti: performance in galleria a Milano, dove Aya interviene con oro e alcol su una lastra di stampa in alluminio; laboratori di kintsugi in Sicilia, dove la riparazione diventa pretesto per parlare di cura e di cambiamento; sperimentazioni con oggetti del quotidiano, come le Himitsu-bako (秘密箱, letteralmente “scatole dei segreti”), scatole-puzzle giapponesi che si aprono solo attraverso una precisa sequenza di movimenti.
Tutto ritorna sempre allo stesso punto: la possibilità di creare un linguaggio nuovo a partire da approcci culturali diversi, senza forzarli in un’armonia finta, ma lasciando che si trasformino a vicenda.
Verso la più grande opera collaborativa “materiale”
Grani di Pace non è un episodio isolato, ma un tassello di un progetto più ampio. Giovanni e Davide stanno già lavorando all’idea di quella che potrebbe diventare la più grande opera collaborativa materiale mai realizzata.
«Esiste già un record per un’opera collaborativa digitale, alla quale hanno partecipato più di duecentomila persone» spiega. «Noi vorremmo superare quella cifra, ma con un’opera fatta di materia, non di pixel.»
È un progetto che richiederà tempo, pazienza, e una città – Palermo – disposta a diventare teatro e officina. Le stime sono quasi aritmetiche: il flusso di turisti, i residenti, le persone che attraversano la città in due anni. Se anche solo una piccola percentuale decidesse di partecipare, il numero sarebbe alla portata.
Ancora una volta, più del risultato finale, interessa il processo: la possibilità che persone diverse, con lingue, abitudini e storie differenti, si riconoscano per un attimo nella stessa forma.
“Lucidare il legame”
Fra Giovanni e Aya, il percorso condiviso è stato così intenso che una delle loro opere ha ricevuto un nome che da solo potrebbe riassumere l’intero progetto: lucidare il legame.
Il termine scelto da Aya, 縁を磨く (en wo migaku) in giapponese, richiama il gesto tecnico della rifinitura dell’oro nel kintsugi. Ma, in questo caso, diventa metafora di altro: prendersi cura del legame tra le persone, levigarlo, farlo brillare.
«Nella costruzione di questo rapporto abbiamo dovuto entrambi superare molti limiti culturali» racconta Giovanni. «È stato davvero reciproco. Oggi, molte delle cose che facciamo sarebbero state impensabili per me prima di incontrare Aya, e lo stesso vale per lei.»
Il risultato non è un cerchio che si chiude, ma un movimento che continua. Un’opera che finisce apre nello stesso istante lo spazio per qualcos’altro.
Forse è proprio qui che l’incontro tra Giappone e Sicilia, tra kintsugi e ceramica, tra Aya e Giovanni e il team de Il Made in Sicily, trova la sua forma più precisa: non nella perfezione di un oggetto, ma nel coraggio condiviso di accettare che, per creare una nuova bellezza, a volte bisogna avere la forza di rompere. E di lasciare che un altro – con le sue mani, la sua storia, il suo sguardo – contribuisca a rimettere insieme i pezzi.
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