19 Luglio 2026

Il colore nel periodo Edo tra ukiyo-e e mondo fluttuante

Matteo Brambilla

Matteo Brambilla

Laureato in Lingua e Cultura Giapponese e Cinese presso l’Università Statale di Milano, coltiva da anni una profonda passione per il Giappone. Grazie a due esperienze di studio nel Paese, ha approfondito lingua, cultura e letteratura, sviluppando un approccio critico e appassionato agli aspetti più complessi della realtà giapponese, con l’obiettivo di rafforzare il dialogo tra Italia e Giappone.

Le ukiyoe sono stampe nate per circolare, essere guardate, consumate. Prima ancora di raccontare storie o fissare volti, parlano attraverso il colore. La sua presenza, la sua assenza, le sue variazioni non sono mai casuali: riflettono gusti, possibilità tecniche, ma soprattutto equilibri sociali e politici. Seguendo l’evoluzione cromatica di queste stampe si può leggere la trasformazione della città, dei suoi abitanti e delle regole che ne disciplinavano il desiderio di visibilità. Il colore diventa così un filo conduttore per entrare nel mondo fluttuante di periodo Edo, fatto di attrazione, controllo e continua reinvenzione.

Il colore nelle ukiyoe

Le famose stampe giapponesi ukiyoe nascono nel Seicento come immagini semplici, e dai contorni neri e figure essenziali. Poi, lentamente, il colore entra in scena. Prima applicato a mano, in modo parziale, con verdi e gialli, poi il rosso (紅beni), fino ad arrivare a una maturazione tecnica che culmina nelle nishikie (錦絵), le cosiddette “stampe broccato”. Il riferimento ai tessuti non è casuale: la ricchezza cromatica di queste stampe richiamava volutamente la bellezza delle stoffe e dei kimono, oggetti centrali nella vita urbana.

Il colore nelle ukiyoe non è mai solo decorazione. È uno strumento narrativo. Le scene di vita cittadina (bagni nei fiumi, teatri, quartieri del piacere, botteghe, ponti affollati) sono immerse in una cromia che restituisce il movimento umano più di qualsiasi ricerca di realismo prospettico, che verrà però sperimentato in seguito  da alcuni maestri sotto l’influsso dell’arte occidentale. Il paesaggio arretra e lascia spazio all’attività dell’uomo: il lavoro, il divertimento, la convivenza di classi sociali diverse. Kyoto e Edo (l’antica Tokyo), ma anche villaggi fluviali e periferie ancora rurali, con tetti di paglia e case basse, diventano soggetti degni di rappresentazione.

Nel corso di circa 250 anni, l’ukiyoe si evolve, si codifica, diventa talvolta ripetitiva nelle forme e nei temi, ma non smette di adattarsi. Nell’Ottocento avanzato, con la modernizzazione e l’influenza occidentale, queste immagini iniziano a svolgere anche una funzione informativa, raccontando le evoluzioni tecnologiche arrivate dall’Europa. Il colore, ormai pienamente padroneggiato dal punto di vista tecnico, diventa un linguaggio stabile e popolare.

Le leggi suntuarie: governare attraverso il colore

Questo sviluppo avviene però sotto un controllo costante. Le leggi suntuarie del periodo Edo non colpivano solo il lusso in senso astratto, ma miravano a limitare i mezzi espressivi della classe mercantile arricchita e i media legati allo spettacolo e alla fruizione di massa. Teatri, attori, drammi, figure femminili: tutto era sottoposto a censura. Il colore, in questo contesto, diventa uno strumento politico.

Limitare l’uso dei colori significa colpire direttamente l’economia che li produce. Alcuni pigmenti, in particolare i rossi, erano costosi e simbolicamente forti. Permetterne l’uso indiscriminato avrebbe significato riconoscere una ricchezza che non corrispondeva allo status sociale previsto. Per questo il rosso viene relegato all’interno del kimono: invisibile all’esterno, ma presente a contatto con il corpo. Un lusso che esiste, ma non deve essere mostrato.

Lo stesso principio vale per le stampe e per l’abbigliamento teatrale. Si riduce l’uso di colori appariscenti, si colpiscono specifici pigmenti, si promuove un’estetica sobria. Diventano di moda i komon (小紋), motivi minuti e ripetuti, e una palette fatta di blu, marroni e grigi. Toni bassi, controllati, che non danno nell’occhio, ma che richiedono uno sguardo attento per essere apprezzati.

Il colore come chiave di lettura sociale

In questo sistema, il colore diventa una chiave di lettura fondamentale per comprendere la società Edo. Attraverso ciò che è permesso e ciò che è vietato, emergono le tensioni tra classi, il rapporto tra centro e periferia, tra autorità e cultura urbana. Le ukiyoe mostrano aristocratici e popolani, quartieri eleganti e zone marginali, e lo fanno usando il colore come elemento di connessione, non di uniformazione.

Il colore di questo periodo non è mai neutro. È regolato, controllato, desiderato. È spesso ridotto, ma proprio per questo carico di significato. Le restrizioni non producono solo limiti, ma generano uno stile che sopravvive anche alla fine delle leggi suntuarie. Un’estetica fatta di misura, allusione e complessità, che continua a influenzare la moda e l’immaginario giapponese ben oltre il periodo Edo.

I post più letti

Tokyorama-momenti-sospesi
SAKURA SAKU CREDIT Museum of East Asian Art photos_ © Museum of East Asian Art
tokyorama-sasabe-shintaro (2)
Torna in alto